Storia di una convivenza che è diventata quasi amore

Riesce più facile parlare di Novara iniziando col dire ciò che non è, così si sgombera subito il campo dagli equivoci. Dunque Novara non è una ex capitale, come tante altre città italiane; non è una città d’arte; non è particolarmente grande, né bella, né rinomata nel mondo. (Soltanto a Vienna e nelle maggiori città austriache esistono “vie Novara” che ricordano, ahinoi, una nostra sconfitta). Non ha monumenti particolarmente antichi, a parte il battistero romano e qualche lapide; aveva un Duomo, che poi è stato malamente ricoperto dai colonnati neoclassici dell’Antonelli. è «quasi brutta» (e già penso che a questo punto i lettori novaresi si stiano domandando perché ho accettato di scrivere della loro città, per dire così male: ma li invito a proseguire nella lettura.

 

Quel giorno, il 25 aprile, c’ero anch’io

Quel giorno: il 25 aprile 1945, c’ero anch’io.
Ero alto tre spanne, o poco più, ed ero cresciuto insieme alla guerra. La mia principale occupazione, fino a quel momento, era stata quella di essere trasportato come un pacco, avanti e indietro tra Genova, dov’ero nato, e Novara, dove venivo depositato in casa di parenti perché mio padre e mia madre, in quegli anni, avevano altre cose di cui occuparsi.

Di mio padre ho parlato nel romanzo L’oro del mondo. Era un personaggio di romanzo (io, scrittore, sono figlio di un mio personaggio), la cui principale attività, nella vita, è stata quella di trafficare con le donne. Il suo atteggiamento nei confronti delle donne era, più o meno, quello che i cani hanno nei confronti degli ossi: le rosicchiava per un po’ e poi le nascondeva da qualche parte e andava a cercarsi un altro osso (un’altra donna). Ne aveva da tutte le parti. Quando era in difficoltà, andava a ripescare l’osso (la donna) che pensava potesse essergli utile in quella particolare circostanza: e così ha fatto fino alla fine dei suoi giorni. Ma il momento centrale della sua vita (il suo momento irripetibile di gloria) sono stati i mesi dell’occupazione tedesca e della Repubblica sociale italiana. La “Repubblica di Salò” (di cui Pasolini, nel film omonimo, ci ha restituito alcune situazioni specifiche e alcune atmosfere) sembrava essere stata fatta apposta per dare effimeri privilegi, effimeri soldi ed effimere carriere ai personaggi come mio padre, che fino a quel momento non avevano combinato niente di buono e che tutti, a ragione o a torto, consideravano dei falliti [...].

 

La leggenda del gorgonzola, formaggio divino e diabolico

La gastronomia novarese non ha grandi tradizioni, per lo meno in epoca recente. La monocultura del riso, così come ha impoverito il paesaggio, ha impoverito anche la cucina locale, che all’epoca delle foreste e dei castelli dovette avere la sua base, per i signori, nelle carni degli animali domestici e selvatici, e per i poveri, in molte specie di legumi e di verdure, anche spontanee, che oggi non si usano più (e forse non si troverebbero nemmeno). Le specialità della gastronomia novarese, oggi, sono essenzialmente tre: la “paniscia”, il “salam d’la duja” e il gorgonzola. La “paniscia” è un risotto cucinato con i fagioli e con le cotiche del maiale; nata probabilmente nel XVI secolo, è stata a lungo il pranzo domenicale (piatto unico) dei contadini e delle persone meno abbienti. Il “salam d’la duja” (salame del doglio o orcio di terracotta) è un salame conservato sotto grasso o sott’olio, perché il clima umido della pianura è poco adatto ad altri tipi di conservazione. Il gorgonzola, infine, è il “formaggio con la muffa” che tutti conoscono e che è originario delle Prealpi e della pianura milanese. Da più di un secolo, però, la maggior parte della produzione di questo formaggio si fa di qua dal Ticino. Chiedersi chi ha inventato il gorgonzola è un po’ come chiedersi chi, e quando, ha inventato la pizza [...].

 

Copyright: Interlinea (da Sebastiano Vassalli, Terra d'acque. Novara, la pianura e il riso, Interlinea, Novara 2005, www.interlinea.com). Tutti i diritti riservati.