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Stefano Marino, Mùffura

Stefano Marino è nato a Reggio Calabria nel 1936. Vive a Milano dal 1961. Scrive in dialetto reggino, ma nella sua lingua sono presenti fonemi della provincia omonima, da cui provenivano i suoi genitori, e dell’area dello stretto, Messina compresa. Ha pubblicato nel 1992 Umbri, con presentazione di G. Tesio (Boetti & C. Editori, Milano). Nel 2001, Parrasulu-Parlasolo, per la collana “Biblioteca Mediterranea”, diretta da P.L. Ávila e G. Depretis con l’introduzione di quest’ultimo (Edizioni dell’Orso, Alessandria 2003, Premio Nazionale Biagio Marin). È inserito in numerose antologie tra cui: Via Terra antologia di poesia neodialettale, a cura di A. Serrao, introduzione di L. Reina (Campanotto, Udine 1997); Il pensiero dominante. Poesia Italiana 1970-2000, a cura di F. Loi e D. Rondoni (Garzanti, Milano 2001). Hanno scritto di lui: F. Brevini, A. Garlini, S. Dal Bianco, G. Linguaglossa, F. Loi, D. Maffia, A. Rossebastiano, A. Serrao, G. Tesio ed altri. Sue poesie sono presenti in numerose riviste. « Notte di gelsomino che corri l’onda, / del canto dei grilli senza fine, / che pensi a me, nei miei pensieri, / […] / fatti pietosa notte, ché mi accorga / che il dolore è sentimento dell’uomo» pp. 88, isbn 978-88-8212-908-8

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Mariastella Eisenberg, Madri vestite di sole

Le poesie che compongono la presente raccolta di Mariastella Eisenberg hanno il titolo piuttosto sconcertante di Madri vestite di sole. Perché vestite di sole? Perché, potremmo dire anche noi, la verità è nuda e il dolore è nudo. Nel prologo breve ma intenso, l’autrice ce ne dà presto una ragione. Il tema ricorrente di queste poesie, il filo rosso che le tiene insieme sarà la perdita di una figlia, una sua “creatura”, come dice lei stessa, e il solo modo di parlarne sarà la verità, giusto il titolo di Baudelaire, Mon coeur mis à nus, che sembra richiamare il titolo di Mariastella Eisenberg Madri vestite di sole. La poesia ha il compito di informare e si incarica di unire gli ascoltatori e i lettori nella partecipazione corale degli eventi che vengono rappresentati. Il tono di queste poesie è sommesso, di persona che parla a un amico, anche se rotto e a volte quasi balbettante. è lo stile diretto di chi vuole la verità, nuda, fuori da ogni ornamento. pp. 168, isbn 978-88-8212-777-0

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Anna Maria D’Ambrosio, Di fiori e di foglie

Con una nota di Giusi Baldissone. Non inganni l’agevole entrata in questo giardino di fiori e foglie: la poesia apparentemente calma e luminosa che descrive un paesaggio colorato è subito fortemente inquietante, una sorta di montaliano delirio d’immobilità. La poesia da cui il titolo è tratto enuncia in metalinguaggio una coscienza precisa dell’autrice, il succo di tutta la raccolta: fiori e foglie sostituiscono sguardi alternativi e fa parte dell’«Altrimenti cosa» anche l’enunciazione di ciò che non vuole, ciò che non è.  A partire da questo si può cogliere il senso di una poesia colta e raffinata, intensa e sublime, ricchissima di echi intertestuali eppure simile solo a se stessa. Tutto è fermo e tutto s’interroga, l’io poetante invece di rifulgere se ne sta nascosto, parla con se stesso e talora sembra inscenare una favola mistica.  pp. 72, isbn 978-88-8212-915-6

di fiori e foglie

Poesia in forma chiusa

A cura del cenacolo studi Michele Ginotta, pp. 112, ISBN 978-88-8212-927-9
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Carlo Alberto Carutti, Noi. Incontri di una lunga vita salvati in poesia

Con disegni inediti di Giovanni Testori e una nota di Claudio Vela. L’esordio poetico di Carlo Alberto Carutti si affida a questa sessantina o poco più di testi che vogliono “salvare in memoria” l’essenziale di una lunga esperienza di vita. Il “noi” del titolo è soprattutto degli affetti, familiari, di amicizia, di generazione; magari frutto di tardive scoperte ma non per questo meno accolti; e che nel collezionista appassionato di quadri e strumenti musicali si estende anche a questi oggetti altrettanto simbolici di una pluralità, di una cerchia moltiplicata, nel tempo e nello spazio, di condivisione della bellezza: che appunto è tale solo se l’io vi trova riflesso un noi. Questo noi inglobante affianca prima di tutto all’io poetico quello che nei riepiloghi della memoria appare come «il primo delli suoi amici», tanto da farsi ideale “motore” della raccolta, Giovanni Testori. A distanza di settant’anni è come se ora Carutti riscontrasse pubblicamente, dopo la lunga consuetudine privata con l’amico e il familiare – tramata in particolare, più che di letteratura, di spedizioni per quadri e pittori, per rivelazioni di mostre e di pitture – quella lontana, liminare inclusione di amicizia. Un suggello di vicinanza rivendicato da Carutti anche con la decisione generosa di inserire nella raccolta un bel manipolo di disegni inediti del suo amico Gianni, sorprendenti disegni del terribile 1944, di un Testori ventunenne che, muto di parole, si raccomandava allora a un segno tra Picasso e Braque per le sue angosciate riflessioni sulla condizione umana. pp. 176, isbn 978-88-8212-916-3


Giusi Verbaro, Il vento arriva da uno spazio bianco

Prefazione di Daniele Maria Pegorari, postfazione di Giuseppe Panella. Cinque anni dopo Solstizio d’estate (Manni, Lecce 2008), Giusi Verbaro torna alle stampe con un libro di rara concentrazione, testimonianza di una lunghissima fedeltà alla linea più irrazionalistica e simbolista della tradizione novecentesca. I numi tutelari di questa scrittura sono tutti esibiti nelle epigrafi che suggellano le sezioni e che intestano quasi tutte le liriche (soprattutto nella prima sezione): alle più naturali delle radici otto e novecentesche (da Novalis e Baudelaire a Rilke, Campana e Saba), si accompagnano alcune delle soluzioni “lombarde” più acclamate (Sereni, Raboni), ma soprattutto i grandi metafisici europei di prima e terza generazione, Montale, Caproni, Luzi e Miłosz, capostipiti delle linee complementari della teologia negativa e dell’ermetismo religioso, insieme maestri, amici e angeli (nel senso di messaggeri e fantasmi) a cui la Verbaro ha intrecciato tutta la sua vicenda esistenziale e creativa. Questi testi, in effetti, come già molti di quelli che abbiamo apprezzato nelle raccolte precedenti, paiono nascere in un dialogo con le fonti predilette dall’autrice, quasi al culmine di una riflessione sulle suggestioni offerte da quelle letture. pp. 144, isbn 978-88-8212-910-1
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Vincenzo Leotta, La cognizione elementare

Presentazione di Giovanna Ioli. Poesia di parola e sulla Parola questa di Vincenzo Leotta nella nuova eppure antica raccolta La cognizione elementare, che potrebbe assomigliare a un Curriculum vitae di memoria reboriana, determinando anche la sua posizione all’interno della storia letteraria. Per Leotta sono proprio le verità che sfuggono alla dea ragione a rappresentare pienamente l’essere, quelle che il razionalismo ottocentesco aveva relegato nella sezione delle cose “inutili” e ricondotto alla stagnante melassa di un’epoca ormai chiusa. Restituire il ruolo primario alle scienze dello spirito, invece, è lo scopo di questo libro, che registra il punto di partenza della sua esperienza: la fiamma che sfugge alla pura razionalità e restituisce al poeta la doppia vista dettata dal “sentimento”, animata da quel vento che gli antichi chiamavano ánemos. La spia di tali intenzioni sta nel linguaggio d’apertura della “cognizione elementare”, un mormorio sommesso, come una preghiera, una litania della parola e sulla parola, che deve riportarci al principio, al Verbo primigenio, che per Leotta, studioso di lingue greche e latine, significa un fiato ricolmo di significati che nessuna tradizione razionale può spiegare. pp. 144, isbn 978-88-8212-882-1
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Luigia Sorrentino, Olimpia

Prefazione di Milo De Angelis. Postfazione di Mario Benedetti. Scrivendo Olimpia, Luigia Sorrentino scrive il libro della sua vita. Olimpia punta all’essenza, tocca in profondità le grandi questioni dell’origine e della morte, dell’umano e del sacro, del nostro incontro con i millenni. Ha uno sguardo lungimirante: sguardo ampio, prospettico, a volo d’aquila. Ma ha anche improvvisi affondi nella fiamma del verso. E proprio l’intreccio tra l’infinito e il mortale è uno dei motivi centrali di questo percorso. Olimpia riesce ad esprimere un tempo assoluto, e lo fa in modo mirabile, con architetture possenti ma anche con i guizzi fulminei della vera poesia. Tempo assoluto che contiene ogni tempo. E ci getta di volta in volta in una diversa epoca della nostra vita: siamo antichi e adolescenti, certi e smarriti, ci immergiamo in questo giorno carico di attesa e di rivelazione, sempre sulla soglia di una scoperta cruciale. «Siamo colui che sprofonda a un passo da noi», scrive Luigia, «di padre in padre siamo stati / quella tua età sparsa nella casa». pp. 112, isbn 978-88-8212-883-8
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Lucio Pisani, A clessidra capovolta

Con una nota di Giusi Baldissone. Un viaggio attraverso i sentimenti e le passioni della vita di ogni uomo: questo rappresenta la raccolta di Lucio Pisani A clessidra capovolta in cui il tempo è scandito dalle emozioni.  pp. 56, isbn 978-88-8212- 876-0
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Renzo Piccoli, Il terzo sestile

La raccolta poetica di Renzo Piccoli, caratterizzata da una lingua straniata, si compone di due parti: la prima, Il fiore della notte, affronta il tema amoroso nelle sue varie sfaccettature; mentre nella seconda, Il sole alto, il verso si dispiega nella scoperta interiore di vicende umane per le quali il fine, sempre ipotetico, diventa apparenza e sfuma in itinerari imprevisti. pp. 144, isbn 978-88-8212-877-7
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Stefano Carrai, Il tempo che non muore

Con una nota di Luigi Surdich. Una plaquette, quella di Stefano Carrai, che, come scrive Luigi Surdich, «si propone come esordio poetico sorprendente, di assoluta qualità, ancor più rimarchevole perché le risorse di singolarità espressiva e originalità formale spiccano al cospetto di un patrimonio tematico di consolidata frequentazione», che è quello, principalmente, degli affetti e dei ricordi. «Il tempo che non muore» è, infatti, il tempo che racchiude l’esistenza privata, ma anche quello degli altri e quello della storia collettiva. Il poeta tenta quindi di ricomporre la frantumazione delle esperienze e di proporre non solo indicazioni di sopravvivenza, ma di persistenza e di accoglimento nella durata. E questo percorso si nutre in modo esclusivo di materiale del vissuto, in una dialettica continua tra universo individuale e mondo esterno, in coerente rispetto di una nozione della poesia come evento sempre strettamente legato all’esperienza: «che è il solo modo di recuperare situazioni, figure, presenze care e potere laicamente, nell’atto del congedo e nel persistere dell’adesione alla memoria, di non caricarsi della colpa di chi resta e di non dire per sempre addio». pp. 92, isbn 978-88-8212-857-9
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Silvia Venuti, La visione assorta

Con una nota di Tommaso Kemeny. La poesia di Silvia Venuti è traducibile nell’immagine di «una mimosa piena di vento», nel frammento, cioè, di una natura rapsodica disposta alle folate immense dell’anima del mondo. Si tratta di versi che si coagulano in brevi sospiri sul confine profondo che separa il sogno dalla veglia, i segreti dell’infanzia, ovvero gli enigmi delle origini, dalla maturità. La poetessa onora i momenti eccezionali in cui la bellezza si rivela crescere da semi di silenzio e di solitudine, fuggendo al caos informe che minaccia l’esistenza di un mondo ideale. I versi custodiscono barlumi di verità, balenii di figure delicate come i fiori più pudichi dal profumo che evoca i segreti dell’infanzia perduti nel grande mistero dell’essere. pp. 128, isbn 978-88-8212-869-2
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Teresa Ferri, Precipizi di luce. Dialoghi con Aligi Sassu

Con 50 tavole del Maestro, presentazione di Silvio Riolfo Marengo. «Quasi tutti i grandi pittori hanno cercato di tradurre in immagini le suggestioni nate dalla lettura di testi poetici e Sassu stesso non ha fatto eccezione a una regola che lo ha visto illustrare i classici della letteratura universale, dall’Apocalisse all’Orlando furioso ai Promessi sposi, per toccare i vertici della creatività con le 112 opere della Divina Commedia. Del tutto insolito e raro è invece il caso contrario, che sia un poeta a trarre ispirazione dalle opere di un artista per costruire, come ha fatto Teresa Ferri, un poemetto sui generis che ha nelle immagini il sottofondo figurale. Per attuare questo particolarissimo dialogo assecondando il dettato di Simonide posto in esergo («La pittura è poesia silenziosa e la poesia è pittura che parla») la Ferri ha appuntato lo sguardo su 50 delle 210 opere conservate ad Atessa, ne ha tratto ispirazione per scrivere un numero equivalente di poesie e le ha poi ordinate in cinque sezioni, in ognuna delle quali si rifrangono, spesso intersecandosi a vicenda, i “precipizi di luce” che danno titolo alla raccolta: un bel traslato che la Ferri utilizza per indicare nello splendore esaltante delle immagini il permanere della qualità estetica più rilevante nel lungo cammino artistico di Sassu, ma che rivela anche con immediatezza come si dispone il suo fraseggio poetico, continuamente animato da picchi metaforici, allusioni e disvelamenti su un piano introspettivo-riflessivo» (dalla Presentazione di Silvio Riolfo Marengo). Pp. 136, isbn 978-88-8212-855-5

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Giovanni Perrino, Dorso d’asino. Possibili rallentamenti

“Dorsi d’asino” si chiamano in Francia i dissuasori, i passaggi pedonali rialzati, che Giovanni Perrino, poeta cresciuto in Russia alla scuola di Evtushenko, eleva a simbolo della necessità di rallentare per riflettere: «La domanda che si pongono questi testi poetici è di quelle più classiche. La parola poetica come si pone in rapporto a un percorso di riflessione che nell’uomo contemporaneo può essere indotto da un trauma, una guerra o da un semplice bisogno interiore?» Pp. 104, isbn 978-88-8212-835-7

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Gabriele Zani, Riunione di famiglia (1982-2012)

Con una nota di Jean Robaey. «“fisso le blatte sul muro bianco” (Le blatte): questo è stato il mio primo approccio, oltre vent’anni fa, alla scrittura del cesenate Gabriele Zani. Lo sguardo – la sua insistenza e acutezza – rappresenta una delle caratteristiche di questo poeta: “impara a guardare le mosche” è il primo verso ancora dei Rimanenti, la prima raccolta importante. Quest’ossessiva, quasi pesante insistenza dello sguardo si mescola alla leggerezza, alla velocità, al guizzo dell’espressione. Uno sguardo apparentemente distratto, gratuito, indifferente, che fissa invece le cose e il nostro guardarle, che ne fissa la qualità transeunte (di noi che guardiamo e delle cose guardate). La vena del poeta è spesso all’insegna della crudeltà (una delle qualità della sua voce, che è anche spudoratamente ingenua e orgogliosa), crudeltà esercitata anzitutto nei confronti di se stesso. Ma quanta verità in queste note disilluse: “Specie ad inverosimili orari della notte / (quando ormai ci si credeva gli unici) sono di colpo / tra un pianerottolo e l’altro delle scale / due come noi, i loro sguardi / incrociantisi per un attimo coi nostri / che svelti poi tirano, come i loro, diritto. / La verità è in quegli attimi. Stordisce” (Incontri). Ma non si dimentichi l’altra ispirazione, direttamente legata alla situazione storica. Mi riferisco alla marginalità di chi vive in provincia, tra Cesena e Cesenatico, marginalità sofferta e rivelata fin dai titoli: Monolocale, I rimanenti, Muro più muro meno, Stanze di motel. Il presente volume sfocia nell’ultima raccolta che dà il titolo al libro tutto: Riunione di famiglia (2012). Dà il titolo e il senso a trent’anni di poesia. L’esigenza prima di Gabriele sembra ora di raggiungere il lettore e di scrivere conseguentemente nel modo più comprensibile se non trasparente, la sua voce si è fatta matura e il dialogo coi morti (da poco è scomparso suo padre, ma già nei primi anni novanta Fulvio Panzeri parlava per I rimanenti della «coscienza di una perdita») si è fatto impellente. Ora tocca a Gabriele fissare lo sguardo dentro alle cose della memoria e con questa memoria guardare al presente. Noi intanto, fiduciosi, aspettiamo altri suoi versi per il nostro futuro» (dalla nota di Jean Robaey).  Pp. 240, isbn 978-88-8212-837-1

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Pasko Simone, Piantate tutto. Poesie (2008-2011) seguite da Trittico apocalittico (2010)

Pasko Simone (Dubrovnik 1943), studioso di lingue moderne, si dedica da diversi anni alla traduzione letteraria e poetica. Col titolo La vita è come un dente ha curato la pubblicazione di una raccolta di poesie e prose di Boris Vian (Stampa Alternativa, Roma 1999) e tradotto due raccolte poetiche di René Char (in Poesie, Edizioni Palomar, Bari 1999). Di suo ha pubblicato poesie, racconti e articoli di argomento letterario e sociologico, nonché un saggio di critica comparata sulla poesia di Mallarmé e l’arte di Van Gogh dal titolo Il sogno, la follia. La passione dell’impossibile in Mallarmé e Van Gogh (Besa edizioni, Lecce 2001). Per la casa editrice il melangolo di Genova ha curato l’edizione dell’opera di Antonin Artaud L’Arte e la Morte (2003) e per la ES di Milano la traduzione della Tavola analitica del cornifico (2005) del filosofo utopista francese Charles Fourier. Di quest’ultimo autore ha tradotto e curato anche un volume di testi inediti dal titolo La seduzione composta. Il fascino indiscreto dell’utopia (Stampa Alternativa, Roma 2006). Suoi testi critici e poetici sono apparsi sulle riviste: “Il Segnale”, “Il foglio clandestino”, “L’area di Broca”, “l’immaginazione”. È del dicembre 2009 la sua prima raccolta poetica: Manuale di storia. Poesie 1980-2009 (Campanotto Editore, Pasian di Prato). Risiede e scrive in provincia di Bari. pp. 80, isbn 978-88-8212-774-9

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Giusi Baldissone, Le donne del coro

Prefazione di Claudio Ciancio. In questa nuova raccolta Giusi Baldissone conferma quelle cifre che caratterizzavano la precedente intitolata Cartoline. Anzitutto l’ironia capace di alleggerire il tragico senza eluderlo, una capacità tutta femminile. La seconda cifra è l’intensa carica affettiva, che investe in modo struggente ma, di nuovo, leggero le persone amate come pure le cose, i fiori, gli animali. E anche qui il lettore è colpito da quest’arte straordinaria e femminile, che sa esprimere l’intensità degli affetti senza nasconderli ma senza inutile enfasi e cioè con quel profondo senso del limite che non è disimpegno ma consapevolezza della fragilità umana. Ovviamente le due cifre sono inscindibili: l’ironia tragica è proporzionale all’intensità degli affetti e trova in essa il proprio alimento. Un libro di poesie sulle donne dove non c’è spazio per il maschile, si direbbe. Anzi c’è una sfida alla superficialità maschile, che sa soltanto violare la donna, ma non veramente leggere nella profondità del suo sguardo e del suo cuore. La versificazione di Giusi Baldissone è fluida, la vena facile, i ritratti efficaci, è una poesia che usa con molta parsimonia la metafora: non si tratta tanto di trovare metafore della realtà, ma di assumere la realtà stessa, in tutta la sua greve concretezza, come metafora di un senso profondo che la oltrepassa. pp. 80, isbn 978-88-8212-818-0

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Franco Spazzi, La cuscénza di tram

Franco Spazzi, milanese, è poeta e pittore acquerellista e nelle sue liriche, scritte nel dialetto di Lanzo d’Intelvi, dipinge la sua città (Metropolis), i ricordi più cari (Aerobóte) ma anche immagini paesane e domestiche, religiose e letterarie (Durante Alaghieri). Scrive Alberto Casiraghy: «Poche persone al mondo hanno la gioia di vivere e l’entusiasmo di Franco Spazzi. Franco è un vero alchimista rinascimentale, riesce a trovare formule e parole in ogni anfratto». pp. 144, isbn 978-88-8212-808-1
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Giovanni Parrini, Nell’oltre delle cose

Presentazione di Giovanna Ioli. Giovanni Parrini, nato a Firenze, dove vive e lavora, laureato in ingegneria meccanica, già presente e premiato in vari concorsi letterari per i suoi lavori poetici, riunisce qui una nuova silloge in cui ripropone una conoscenza disposta a cantare l’oggettiva consistenza del visibile, ripercorrendo a ritroso la sua parcellizzazione nell’infinitamente piccolo, per poi cogliere nel silenzio del «suo fitto gerundio» l’imprevisto irrompere di una diversa meccanica, che sfugge alle misurazioni scientifiche. Proprio dal ciclo universale della vita, nel modo di comportarsi di atomi lucreziani, scaturisce così un’altra forma di visione dell’invisibile, che sussulta per la bellezza del creato, non rispetta le coordinate spazio-temporali e non cessa di interrogarsi sul mistero del vivere e del morire. Circoscritto nel cerchio di questa identità speculare, il libro si annuncia già nel titolo come il frutto di questo continuo scarto tra l’esatta e dimostrabile consistenza scientifica delle «cose» e il suo sconfinare di là dalla siepe che dell’ultimo orizzonte il guardo esclude: «proprio qui, / nell’oltre, / l’infinito». pp. 68, isbn 978-88-8212-761-9

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Andrea De Alberti, Solo buone notizie

Prefazione di Angelo Stella. "Per chi è costretto dall'anagrafe a essere cittadino poetico di nuova generazione in un mondo vecchio e in una provincia dell'ormai unico impero, l'aggiornamento tematico e formale si rigenera, semplificandosi, sui minimi comuni multipli dell'altezza e della profondità. Il dettato contemporaneo inizia da ogni dove, da un undique di agevole orientamento, per chi muove comunque da Virgilio o da Orazio o da Lucrezio, e transita per capolinea filmici e musicali, che già per i loro padri avevano voce e nomi più spesso stranieri" (Angelo Stella). pp. 68, isbn 978-88-8212-594-3