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CON MARIA CORTI (*)
Il
primo incontro con Maria Corti è una sorpresa. Sai che è una delle
principali figure della cultura italiana del Novecento, che ha scritto
articoli, recensioni, saggi, narrativa; ti ricordi che ha collaborato a
quotidiani e creato riviste, che dirige il Fondo Manoscritti a Pavia, e
chissà che altro ancora. Così inevitabilmente ti senti in soggezione e
vorresti allontanarti. Ma lei, che ti apra la porta di casa a Milano o le
porte del Fondo a Pavia, riesce a far svanire in un attimo ogni soggezione
e timidezza. Maria Corti è una donna minuta che sorride offrendoti un
cioccolatino mentre ti fa accomodare. Cordiale e disponibile sempre, ma in
particolare con i giovani. Allora la soggezione svanisce e comprendi che
tutto quello che ha fatto, che ha scritto, tutta la conoscenza che
rappresenta, è lì per condividerla con te, curioso ospite. Sì, perché quei
Principi della comunicazione letteraria sono soltanto lo specchio
di una intenzionalità di comunicazione che non è solo cartacea e libresca,
ma essenzialmente e appassionatamente umana.
Il sospetto di un carattere curioso e cordiale in realtà nasce prima,
leggendo le pagine dell’intervista di Cristina Nesi, Dialogo in
pubblico, prossimamente riedita in veste aggiornata al Duemila, in cui
Maria Corti si racconta, gelosamente custodendo la sua vita privata.
L’intervista risulta comunque fondamentale per illuminarne la natura
politropa e versatile e per inserirla all’interno di un panorama storico e
culturale assai vitale e vivace, lontano dalle classificazioni e dalle
descrizioni elencatorie di tante storie letterarie.
Dalle pagine di Dialogo in pubblico emergono gli entusiasmi dei
primi anni di Università a Milano, dove la Corti (primo indizio di una
vita vissuta nel segno del doppio) compie la propria formazione culturale
sotto la guida di due autorevoli, seppur diversissimi maestri, laureandosi
prima in storia della lingua italiana con Benvenuto Terracini e
successivamente in filosofia con Antonio Banfi. Fin dagli anni trenta
dunque sono chiari i forti interessi che muoveranno il suo viaggio
esistenziale e intellettuale all’interno del panorama culturale italiano e
più tardi europeo: da una parte la passione per la filologia e la
linguistica, dall’altra la necessità di uno studio filosofico rigoroso.
Dopo aver insegnato per due anni (1962-1964) storia della lingua italiana
a Lecce, Maria Corti torna all’Università di Pavia, dove ritrova amici e
colleghi con cui nel 1966 fonda “Strumenti critici”, una vera rivista
d’avanguardia in quegli anni che offre, in Italia, i contributi di maggior
rilievo alla conoscenza dei nuovi metodi della teoria della letteratura,
dal formalismo allo strutturalismo e alla semiotica, e della loro
applicazione in sede letteraria. Intanto nel 1955 la scrittrice inizia la
collaborazione al “Giorno”, il cui supplemento “Libri” e la pagina
culturale “Letteratura, arte, storia” sono, in quegli anni, le più
importanti voci del giornalismo.
Nel 1968 Maria Corti crea a Pavia il Fondo Manoscritti di Autori
Contemporanei che è oggi uno dei centri di raccolta di carte più grandi
d’Europa.
Si intrecciano intanto le collaborazioni della scrittrice a quotidiani e
riviste, “Alfabeta” fondata nel 1979, “la Repubblica” dal 1980, più tardi
“Autografo”, che lasciano emergere la curiosità versatile e l’attenzione
profonda verso i diversi ambiti della cultura italiana contemporanea.
Ma l’aspetto più originale dell’intervista citata è costituito dal fitto
intrecciarsi di incontri, scambi e viaggi di quegli uomini e di quelle
donne i cui rapporti hanno costruito la storia intellettuale, culturale e
letteraria dell’Italia. Il racconto retrospettivo della Corti, muovendosi
tra caffè, salotti, redazioni di riviste e giornali, viaggi in treno o in
macchina, mescola talvolta i nomi e le date, ma non perde mai la
luminosità propria delle immagini e delle persone custodite gelosamente
nella memoria, di cui la scrittrice è pronta a restituire episodi e
aneddoti che invano potremmo cercare nelle storie letterarie.
La Corti ricorda i maestri (Terracini e Banfi, più tardi Contini), i
compagni di percorso (Franca Ageno, Cesare Segre, d’Arco Silvio Avalle,
Dante Isella), gli amici scrittori (Oreste Macrì, Italo Calvino, Giorgio
Manganelli, Antonio Porta, Mario Luzi, Romano Bilenchi), riuscendo a
disegnare un quadro culturale in cui i “fantasmi” delle storie letterarie
prendono forma, corpo e voce attraverso la sua memoria e la straordinaria
capacità affabulatrice: «un fantasma è abbastanza plasmabile, questione di
dargli spessore e profondità».
All’interno dunque di questa polimorfa esperienza di scrittura, è utile
sottolineare prima di tutto l’importanza dell’attività di studiosa e di
ricercatrice, cioè di una scrittura non inventiva, ma critica, di
riflessione teorica, metanarrativa e metapoetica, che affianca e spesso
stimola la passione di una parola narrativa e intima. Elemento essenziale
alla comprensione della Corti studiosa e scrittrice è infatti la
difficoltà di definire la sua personalità che, in virtù di una natura
curiosa e appassionata ma al tempo stesso rigorosa e acuta, si sottrae a
ogni tentativo di rigida classificazione, nella piena consapevolezza che
il lavoro critico non impedisce la scrittura creativa, che la passione per
Dante e il Medioevo non esaurisce la curiosità per la lingua e gli
scrittori contemporanei, che l’acribia della ricerca scientifica non
offusca «la partecipazione umana di chi conduce la ricerca». La stessa
Corti suggerisce anzi che «a chi si dà alla narrativa può divenire persino
vantaggioso essere su un altro versante un critico, un teorico. Può
essergli utile la riflessione che modellare secondo una struttura la
materia incoerente e vertiginosa del nostro immaginario è arduo ma
necessario. D’altra parte l’essere utenti in proprio dei processi
inventivi dello scrivere può favorire l’operazione critica e quella
stilistica». In questo senso la scrittrice non si confonde sul suolo
italiano con altri, è abbastanza a sé. Naturalmente, questa
interdisciplinarità si paga. Per molto tempo l’autrice fu definita
linguista, poi filologa: ci sono voluti anni affinché comparisse l’epiteto
scrittrice.
Alla necessità di fare convivere le due attività si accompagna un
inevitabile intreccio dei materiali mentali che conduce la Corti
scrittrice a raccontare en artiste, utilizzando gli stessi temi di
cui si era occupata nella ricerca scientifica, e forse per lungo tempo la
cosa più difficile è stata accettare questa convivenza ambigua di attività
critica e passione creativa, conciliare la schizofrenia della scrittura
divisa tra teoria e invenzione, perché «la ricerca scientifica e
l’invenzione sono due cose tremendamente diverse, che hanno in comune solo
una grande fatica. La prima, tutto sommato, dà serenità, la seconda può
produrre di tutto, anche distruzione. La prima alla fine dà pace, la
seconda una massima tensione. È difficile tenerle insieme».
Da questo intreccio di materiali mentali, da questa polimorfa curiosità
Maria Corti ha però tratto la possibilità di una comunicazione a doppio
senso tra l’attività critica e la passione creativa, concedendosi di
spostare l’attenzione, di volta in volta, dallo studio della codificazione
dei generi letterari alla destrutturazione del romanzo storico attraverso
i cinque monologhi de L’ora di tutti, dall’interesse per la storia
della lingua all’osservazione del fenomeno del gergo studentesco de Il
ballo dei sapienti, dalla ricerca delle fonti dell’Ulisse dantesco
alla rielaborazione narrativa della seduzione intellettuale in Il canto
delle sirene, dai fantasmi della letteratura alle Ombre dal Fondo,
dalle stratificazioni geologiche a quelle mitologiche dell’Etna in
Catasto magico.
La scrittura diventa allora la possibilità di sottrarre alla inesorabile
dissolvenza del tempo i piccoli effimeri valori dell’esistenza umana,
ideali, sogni, diventa il tentativo e l’impegno, pur nella spietata
consapevolezza che «mai un crollo sarà tanto definitivo da escludere altri
crolli», di dar momentanea forma all’informe, temporaneo ordine al
caotico, interpretazione al proprio reale. «Giocare è in fondo il solo
modo di rendere la vita gradevole» e lo scrittore, nell’impossibilità di
lasciare la realtà nel suo caos e disordine illeggibile, gioca il gioco
più impegnativo e vano, tenta il tentativo (destinato in partenza al
fallimento, ma sempre tentato e ritentato) di parlare il mondo, di
riflettere il reale e sul reale, affinché sia «possibile al mondo non
scritto di esprimersi attraverso di noi» e finché «le lucide leggi della
scrittura» possano o riescano a pronunciare, se non il senso del flusso
interminabile, magmatico, caotico degli eventi, almeno il valore e il
significato forte dell’approccio a tanto caos, a tanta insensatezza.
Durante la lunga e impervia parabola di una scrittura che alterna attività
creativa e riflessione teorica metanarrativa, sembra di scorgere come
elemento ricorrente il tema del viaggio che conferma come anche quello
della penna sulla carta bianca, come tanti altri geografici o
dell’immaginazione, sia un percorso di conoscenza del mondo e di sé dentro
il mondo, in cui quanto accade è solo pretesto per raccontare altro, per
cercare il senso che si nasconde dietro gli eventi, dietro le cose, una
ricerca interiore, un viaggio reale e simbolico insieme che si snoda a
tappe lungo cinquant’anni, mostrando “cambi di rotta” e scelte anche molto
distanti tra loro, ma che rivela una forza e una fede di fondo che
costituiscono l’originalità dell’esperienza scrittoria di Maria Corti.
All’idea di viaggio è collegabile anche la figura di Ulisse, mito sempre
necessario alla Corti studiosa e scrittrice, perché rappresenta l’eroe
della curiositas inesausta e inesauribile, dell’uomo che spinto
dall’amore della conoscenza oltrepassa i propri limiti, realizzando così
la possibilità dell’Oltre.
Altro tema che ricorre con insistente frequenza nelle pagine creative (ma
anche critiche) della Corti è quello di “luogo mentale”, complicato, nella
sua narrativa, dalla singolare condizione di chi si trova ad avere due
“patrie”, due luoghi interiori cui sentirsi legata: da una parte una
Lombardia tanto estrema da essere definita «quasi svizzera», la valle
Intelvi, dall’altra il Salento «grico», la terra mediterranea e magica
raggiunta e vissuta nei mesi estivi; due luoghi tanto lontani quanto
complementari: la razionale Lombardia con nebbie e tecnologia, e la mitica
terra del Salento, con i fantasmi della sua storia, il mare, i luoghi dei
primi martiri cristiani. La Lombardia e il Salento tornano in tutti i
testi creativi della scrittrice perché, come ricorda Calvino in
un’intervista alla stessa Corti, apparsa su “Autografo” nell’ottobre 1985,
«come ambiente naturale quello che non si può respingere o nascondere è il
paesaggio natale e familiare».
Ancora a una duplicità riconduce il plurimo movimento della scrittura
creativa della Corti tra i versanti, all’apparenza opposti, della storia e
del mito, della cronaca e della fantasia, della realtà contemporanea e
della dimensione onirica. La sua scrittura creativa propone un’attenzione
molto forte alla storia (L’ora di tutti), alla cronaca (Il ballo
dei sapienti), alla realtà contemporanea (Il treno della pazienza,
da cui nasce Cantare nel buio, risale al 1947): «Non si dovrebbe
mai vivere fuori del proprio tempo. Per deludente che esso sia, è il posto
dove siamo per guardare sia indietro che avanti, per percorrere la nostra
strada, [...], per conoscere la forma del nostro destino», per cui
scrivere non costituisce mai un semplice divertissement, un puro
gioco verbale, perché dietro le parole scritte si nasconde l’impegno dello
scrittore engangé, legato al suo tempo, che può anche criticare
duramente, non approvare, ma in cui è immerso, in cui si trova a vivere,
da cui può guardare il mondo, le cose, gli uomini, in cui, perciò, deve
accettare di essere.
Tuttavia, al di là delle precise coordinate spazio-temporali che sono
necessarie alla costruzione narrativa, la storia raccontata rivela l’Oltre
della vicenda e dei limiti stessi della narrazione, esprimendo una
realtà e un mondo che appartiene a tutte le epoche perché semplicemente è
degli uomini, del loro essere nel tempo.
Nelle ultime prove creative l’attenzione della Corti è rivolta a un altro
tipo di tempo, che non è più quello “reale” e “storico” contrassegnato da
un flusso continuo e omogeneo in cui è facile distinguere un “prima” e un
“poi”. Già con Il canto delle sirene infatti la Corti immagina una
dimensione temporale che solo apparentemente è diacronica, e prospetta
l’ipotesi di una narrazione che scardina le coordinate di spazio e tempo
classici, costruendo una dimensione stratificata e complessa dove si
giustappongono, susseguono e incastrano diversi segmenti temporali, come
per esempio i monologhi teatrali delle divine creature inframmezzati ai
racconti di Il canto delle sirene, o ancora come in Ombre dal
Fondo i diversi piani memoriali e temporali che consentono alle ombre
di emergere dal Fondo. Una diversa dimensione temporale in cui quanto
accade, accade in una sorta di sospensione, nell’eterno presente del mito
o nel tempo fluido della memoria (personale, culturale, storica), che si
frammenta seguendo libere associazioni mentali di senso e di immagini.
Accanto a una disposizione “realistica” (nel senso visto di attenzione
forte al mondo circostante), molto presente soprattutto nei primi testi,
esiste la sfera dell’immaginario, della fantasia, di una dimensione
“altra” rispetto al reale, che diventa nel corso del tempo elemento
essenziale e complementare alla comprensione di una esistenza «comunque
irriducibile ai confini concreti del quotidiano».13 Questa
componente fantastica pervade infatti tutti i libri della Corti,
concretizzandosi in visioni e fantasticherie spesso surreali: dalla
Madonna del Crismatico che «se ne andò volando per il cielo» nell’Ora
di tutti, alle immaginazioni fantastiche e storiche di Lanfranchi e
alla danza nel cielo del liceo Bonvesin nel Ballo dei sapienti; dai
fantasmi della fantasia e del senso di colpa di Marta in Voci dal Nord
Est ai sogni di Giovita e del piccolo Toni e alle fughe nel deserto in
mezzo ai cammelli immaginate dai tre «gnarelli» in Cantare nel buio;
dalla presenza misteriosa e inquietante delle sirene del Canto delle
sirene fino alle Ombre dal Fondo e della memoria.
Ai temi dell’appartenenza e delle radici (geografiche, culturali,
storiche) cui si lega l’esistenza del singolo, e che erano fortemente
presenti nei primi libri in cui la scrittrice puntava la sua attenzione
sulla vita di una collettività, di un “coro” e sulle sue vicende, paure,
sogni, si sostituiscono nelle ultime prove narrative temi quali il
sentimento della solitudine e dell’inappartenenza, della fedeltà a se
stessi e al proprio destino. Lo sguardo della Corti privilegia infatti
negli ultimi libri l’osservazione di un singolo personaggio (spesso
letterario) e delle sue avventure, che sempre più hanno come scenario non
la realtà, ma la mente, la fantasia a cui l’immensa biblioteca del mondo
offre spunti per viaggi e acrobazie dell’immaginazione: così le mitiche
sirene di Ulisse attraversano i secoli tentando l’uomo con il miraggio
della conoscenza; le presenze umbratili e capricciose del Fondo diventano
l’occasione per un viaggio nella memoria personale e letteraria, ma anche
per una ricerca dei meccanismi misteriosi della creazione artistica,
mentre l’Etna fantastico si fa crocevia di leggende e miti straordinari.
Claudio Varese sottolinea come l’originalità della Corti consista «nella
convergenza di momenti di assolutezza lirica con il racconto delle vicende
e con la tensione del commento»; una delle costanti della scrittura della
Corti è infatti una forte componente morale da cui scaturisce la coscienza
del valore e del significato stesso della parola, e della conseguente
responsabilità di “essere” nel proprio tempo e all’interno di una società.
Sulla scia di queste riflessioni sul valore del linguaggio poetico (inteso
appunto come “linguaggio che produce conoscenza”) e sulla necessità
dell’inserimento in un contesto sociale (si vorrebbe dire “umano”) della
figura dell’intellettuale, è utile condurre l’attenzione sugli explicit
dei libri della Corti, che ancora una volta si situano sotto il segno del
doppio: da una parte, infatti, la conclusione di molte vicende prospetta
dubbi e domande sul significato della vita e della morte, sul rapporto tra
passato, presente e futuro, sull’importanza della memoria e sul senso e
sul valore del non dimenticare, dall’altra attraverso le immagini di forte
significato metaforico (il ballo col fazzoletto dell’Ora di tutti,
la danza nel cielo del liceo nel Ballo dei sapienti, il canto
inesausto degli operai di Cantare nel buio) propone quello spirito
ottimistico e quella fiducia piena e solare che la Corti rivela nella
scelta dei titoli (La felicità mentale, Il ballo dei sapienti,
Il canto delle sirene, Cantare nel buio).
Altro elemento essenziale dell’atteggiamento della Corti è uno sguardo
disincantato e lucido, esente da tentativi di consolazione, ma sempre
umanamente affiancato da una riflessione appassionatamente partecipe, a
volte apertamente poetica, altre sommessamente amara e amareggiata sulle
sorti degli uomini.
In questo rapporto con l’esterno, emerge come elemento ineliminabile e
dominante il filtro dell’ironia e di una componente ludica che si rivelano
presto necessarie non solo per guardare il mondo, ma anche e soprattutto
per trovare la leggerezza indispensabile a raccontare la realtà
circostante. L’ironia, la leggerezza diventano allora gli strumenti
attraverso cui la visione delle cose che accadono trova la giusta distanza
dal sentimento e dal giudizio che su di esse comunque nasce.
L’ora di tutti viene pubblicato nel 1962 e a trentasette anni di
distanza esce Catasto magico. Un abisso non solo temporale separa i
due libri: dai fantasmi di Otranto, attraverso l’illusione della cultura,
attraverso l’universo quasi barbarico e surreale degli operai bresciani,
passando per gli appunti e le riflessioni di un viaggio americano e per le
seduzioni del mito, fino alle ombre capricciose del Fondo e all’idea
dell’Etna errante nei secoli, la scrittura della Corti mostra scelte e
“cambi di rotta” molto diversi tra loro, segno di una ricerca mai
interrotta e di una fiducia profonda nella comunicazione letteraria (e
non). Cambi di rotta, si è detto: se durante la prima fase la
schizofrenia, la scissione tra lavoro critico e attività inventiva era
vissuta in modo problematico e spesso doloroso, lentamente prende avvio un
nuovo tipo di scrittura che, fondendo in una le due passioni, trasforma in
racconto un tema culturale, un’idea letteraria. Quella precisa competenza
filologica e “investigativa”, che aveva spinto la Corti studiosa alla
ricerca delle fonti dell’Ulisse dantesco o del vero autore del Delphilo,
diventa nell’ultima fase complice della scrittura creativa. In questo modo
l’esperienza di studiosa e di ricercatrice fa proprie le capacità
fabulatrici e gli strumenti dell’attività inventiva, acquisiti e rivelati
in tanti anni di scrittura. Ciò che in un primo momento si configurava
come “reale”, la storia, gli uomini, muta e si individua sempre più
nell’idea borgesiana e calviniana di un mondo, di una realtà intesa come
un’infinita, sterminata biblioteca, a cui la Corti guarda tentando, oggi
come ieri, di interpretarne i segni.
(*)Giorgia Guerra
da Maria Corti: voci, canti e catasti, Interlinea
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