SE N'È ANDATA MARIA CORTI
 

 
VOCI, CANTI E CATASTI: L'UNIVERSO NARRATIVO DI MARIA CORTI  

Se il lavoro critico è l’aspetto più noto della sua attività, l’altra faccia di Maria Corti, quella di narratrice, è altrettanto importante ed è la protagonista di uno dei volumi più interessanti tra le riproposte di inizio anno di Interlinea: Il titolo del libro (Maria Corti: voci, canti e catasti, di Giorgia Guerra) con una bella copertina di Tullio Pericoli allude agli scenari prediletti nelle opere creative della grande filologa. Accanto al saggio centrale, che ricostruisce i percorsi creativi di Maria Corti narratrice, il libro assume un valore particolare per la presenza di due sezioni rare in un volume di storia e critica letteraria. La prima sezione è di documentazione fotografica e raccoglie un vero e proprio album delle incomparabili frequentazioni della fondatrice del Fondo Manoscritti di Pavia: Calvino, Montale, Contini, Arbasino e molti protagonisti del Novecento letterario italiano sono ritratti insieme con Maria Corti. L’altra sezione di rilievo è l’appendice, che raccoglie (a cura di Cristina Nesi, alla quale si deve anche la bibliografia del volume) un’importante antologia della critica sulle opere creative della studiosa.


Maria Corti con l'editore Roberto Cicala
e da sinistra Cristina Nesi e
Giorgia Guerra, autrice del saggio

L’uno accanto all’altro sfilano testi con firme prestigiose: Giorgio Caproni, Eugenio Montale, Romano Luperini, Furio Colombo, Geno Pampaloni, Emilio Tadini e molti altri che, negli anni dal 1963 al 1999, hanno pubblicato su giornali e riviste recensioni e commenti sui romanzi e i racconti di Maria Corti. Da L’ora di tutti a Catasto magico viene tracciata la sua parabola letteraria anche attraverso alcuni temi ricorrenti, dal mito di Ulisse all’elemento del “doppio” (due scritture, due patrie, storia e mito…) con una forte componente morale e una profonda riflessione sull’esistenza e sul ruolo della parola nella società odierna.

 

 

  CON MARIA CORTI (*)

Il primo incontro con Maria Corti è una sorpresa. Sai che è una delle principali figure della cultura italiana del Novecento, che ha scritto articoli, recensioni, saggi, narrativa; ti ricordi che ha collaborato a quotidiani e creato riviste, che dirige il Fondo Manoscritti a Pavia, e chissà che altro ancora. Così inevitabilmente ti senti in soggezione e vorresti allontanarti. Ma lei, che ti apra la porta di casa a Milano o le porte del Fondo a Pavia, riesce a far svanire in un attimo ogni soggezione e timidezza. Maria Corti è una donna minuta che sorride offrendoti un cioccolatino mentre ti fa accomodare. Cordiale e disponibile sempre, ma in particolare con i giovani. Allora la soggezione svanisce e comprendi che tutto quello che ha fatto, che ha scritto, tutta la conoscenza che rappresenta, è lì per condividerla con te, curioso ospite. Sì, perché quei Principi della comunicazione letteraria sono soltanto lo specchio di una intenzionalità di comunicazione che non è solo cartacea e libresca, ma essenzialmente e appassionatamente umana. 
Il sospetto di un carattere curioso e cordiale in realtà nasce prima, leggendo le pagine dell’intervista di Cristina Nesi, Dialogo in pubblico, prossimamente riedita in veste aggiornata al Duemila, in cui Maria Corti si racconta, gelosamente custodendo la sua vita privata. L’intervista risulta comunque fondamentale per illuminarne la natura politropa e versatile e per inserirla all’interno di un panorama storico e culturale assai vitale e vivace, lontano dalle classificazioni e dalle descrizioni elencatorie di tante storie letterarie.
Dalle pagine di Dialogo in pubblico emergono gli entusiasmi dei primi anni di Università a Milano, dove la Corti (primo indizio di una vita vissuta nel segno del doppio) compie la propria formazione culturale sotto la guida di due autorevoli, seppur diversissimi maestri, laureandosi prima in storia della lingua italiana con Benvenuto Terracini e successivamente in filosofia con Antonio Banfi. Fin dagli anni trenta dunque sono chiari i forti interessi che muoveranno il suo viaggio esistenziale e intellettuale all’interno del panorama culturale italiano e più tardi europeo: da una parte la passione per la filologia e la linguistica, dall’altra la necessità di uno studio filosofico rigoroso.
Dopo aver insegnato per due anni (1962-1964) storia della lingua italiana a Lecce, Maria Corti torna all’Università di Pavia, dove ritrova amici e colleghi con cui nel 1966 fonda “Strumenti critici”, una vera rivista d’avanguardia in quegli anni che offre, in Italia, i contributi di maggior rilievo alla conoscenza dei nuovi metodi della teoria della letteratura, dal formalismo allo strutturalismo e alla semiotica, e della loro applicazione in sede letteraria. Intanto nel 1955 la scrittrice inizia la collaborazione al “Giorno”, il cui supplemento “Libri” e la pagina culturale “Letteratura, arte, storia” sono, in quegli anni, le più importanti voci del giornalismo.
Nel 1968 Maria Corti crea a Pavia il Fondo Manoscritti di Autori Contemporanei che è oggi uno dei centri di raccolta di carte più grandi d’Europa.
Si intrecciano intanto le collaborazioni della scrittrice a quotidiani e riviste, “Alfabeta” fondata nel 1979, “la Repubblica” dal 1980, più tardi “Autografo”, che lasciano emergere la curiosità versatile e l’attenzione profonda verso i diversi ambiti della cultura italiana contemporanea.
Ma l’aspetto più originale dell’intervista citata è costituito dal fitto intrecciarsi di incontri, scambi e viaggi di quegli uomini e di quelle donne i cui rapporti hanno costruito la storia intellettuale, culturale e letteraria dell’Italia. Il racconto retrospettivo della Corti, muovendosi tra caffè, salotti, redazioni di riviste e giornali, viaggi in treno o in macchina, mescola talvolta i nomi e le date, ma non perde mai la luminosità propria delle immagini e delle persone custodite gelosamente nella memoria, di cui la scrittrice è pronta a restituire episodi e aneddoti che invano potremmo cercare nelle storie letterarie.
La Corti ricorda i maestri (Terracini e Banfi, più tardi Contini), i compagni di percorso (Franca Ageno, Cesare Segre, d’Arco Silvio Avalle, Dante Isella), gli amici scrittori (Oreste Macrì, Italo Calvino, Giorgio Manganelli, Antonio Porta, Mario Luzi, Romano Bilenchi), riuscendo a disegnare un quadro culturale in cui i “fantasmi” delle storie letterarie prendono forma, corpo e voce attraverso la sua memoria e la straordinaria capacità affabulatrice: «un fantasma è abbastanza plasmabile, questione di dargli spessore e profondità».
All’interno dunque di questa polimorfa esperienza di scrittura, è utile sottolineare prima di tutto l’importanza dell’attività di studiosa e di ricercatrice, cioè di una scrittura non inventiva, ma critica, di riflessione teorica, metanarrativa e metapoetica, che affianca e spesso stimola la passione di una parola narrativa e intima. Elemento essenziale alla comprensione della Corti studiosa e scrittrice è infatti la difficoltà di definire la sua personalità che, in virtù di una natura curiosa e appassionata ma al tempo stesso rigorosa e acuta, si sottrae a ogni tentativo di rigida classificazione, nella piena consapevolezza che il lavoro critico non impedisce la scrittura creativa, che la passione per Dante e il Medioevo non esaurisce la curiosità per la lingua e gli scrittori contemporanei, che l’acribia della ricerca scientifica non offusca «la partecipazione umana di chi conduce la ricerca». La stessa Corti suggerisce anzi che «a chi si dà alla narrativa può divenire persino vantaggioso essere su un altro versante un critico, un teorico. Può essergli utile la riflessione che modellare secondo una struttura la materia incoerente e vertiginosa del nostro immaginario è arduo ma necessario. D’altra parte l’essere utenti in proprio dei processi inventivi dello scrivere può favorire l’operazione critica e quella stilistica». In questo senso la scrittrice non si confonde sul suolo italiano con altri, è abbastanza a sé. Naturalmente, questa interdisciplinarità si paga. Per molto tempo l’autrice fu definita linguista, poi filologa: ci sono voluti anni affinché comparisse l’epiteto scrittrice.
Alla necessità di fare convivere le due attività si accompagna un inevitabile intreccio dei materiali mentali che conduce la Corti scrittrice a raccontare en artiste, utilizzando gli stessi temi di cui si era occupata nella ricerca scientifica, e forse per lungo tempo la cosa più difficile è stata accettare questa convivenza ambigua di attività critica e passione creativa, conciliare la schizofrenia della scrittura divisa tra teoria e invenzione, perché «la ricerca scientifica e l’invenzione sono due cose tremendamente diverse, che hanno in comune solo una grande fatica. La prima, tutto sommato, dà serenità, la seconda può produrre di tutto, anche distruzione. La prima alla fine dà pace, la seconda una massima tensione. È difficile tenerle insieme».
Da questo intreccio di materiali mentali, da questa polimorfa curiosità Maria Corti ha però tratto la possibilità di una comunicazione a doppio senso tra l’attività critica e la passione creativa, concedendosi di spostare l’attenzione, di volta in volta, dallo studio della codificazione dei generi letterari alla destrutturazione del romanzo storico attraverso i cinque monologhi de L’ora di tutti, dall’interesse per la storia della lingua all’osservazione del fenomeno del gergo studentesco de Il ballo dei sapienti, dalla ricerca delle fonti dell’Ulisse dantesco alla rielaborazione narrativa della seduzione intellettuale in Il canto delle sirene, dai fantasmi della letteratura alle Ombre dal Fondo, dalle stratificazioni geologiche a quelle mitologiche dell’Etna in Catasto magico.
La scrittura diventa allora la possibilità di sottrarre alla inesorabile dissolvenza del tempo i piccoli effimeri valori dell’esistenza umana, ideali, sogni, diventa il tentativo e l’impegno, pur nella spietata consapevolezza che «mai un crollo sarà tanto definitivo da escludere altri crolli», di dar momentanea forma all’informe, temporaneo ordine al caotico, interpretazione al proprio reale. «Giocare è in fondo il solo modo di rendere la vita gradevole» e lo scrittore, nell’impossibilità di lasciare la realtà nel suo caos e disordine illeggibile, gioca il gioco più impegnativo e vano, tenta il tentativo (destinato in partenza al fallimento, ma sempre tentato e ritentato) di parlare il mondo, di riflettere il reale e sul reale, affinché sia «possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi» e finché «le lucide leggi della scrittura» possano o riescano a pronunciare, se non il senso del flusso interminabile, magmatico, caotico degli eventi, almeno il valore e il significato forte dell’approccio a tanto caos, a tanta insensatezza.
Durante la lunga e impervia parabola di una scrittura che alterna attività creativa e riflessione teorica metanarrativa, sembra di scorgere come elemento ricorrente il tema del viaggio che conferma come anche quello della penna sulla carta bianca, come tanti altri geografici o dell’immaginazione, sia un percorso di conoscenza del mondo e di sé dentro il mondo, in cui quanto accade è solo pretesto per raccontare altro, per cercare il senso che si nasconde dietro gli eventi, dietro le cose, una ricerca interiore, un viaggio reale e simbolico insieme che si snoda a tappe lungo cinquant’anni, mostrando “cambi di rotta” e scelte anche molto distanti tra loro, ma che rivela una forza e una fede di fondo che costituiscono l’originalità dell’esperienza scrittoria di Maria Corti.
All’idea di viaggio è collegabile anche la figura di Ulisse, mito sempre necessario alla Corti studiosa e scrittrice, perché rappresenta l’eroe della curiositas inesausta e inesauribile, dell’uomo che spinto dall’amore della conoscenza oltrepassa i propri limiti, realizzando così la possibilità dell’Oltre.
Altro tema che ricorre con insistente frequenza nelle pagine creative (ma anche critiche) della Corti è quello di “luogo mentale”, complicato, nella sua narrativa, dalla singolare condizione di chi si trova ad avere due “patrie”, due luoghi interiori cui sentirsi legata: da una parte una Lombardia tanto estrema da essere definita «quasi svizzera», la valle Intelvi, dall’altra il Salento «grico», la terra mediterranea e magica raggiunta e vissuta nei mesi estivi; due luoghi tanto lontani quanto complementari: la razionale Lombardia con nebbie e tecnologia, e la mitica terra del Salento, con i fantasmi della sua storia, il mare, i luoghi dei primi martiri cristiani. La Lombardia e il Salento tornano in tutti i testi creativi della scrittrice perché, come ricorda Calvino in un’intervista alla stessa Corti, apparsa su “Autografo” nell’ottobre 1985, «come ambiente naturale quello che non si può respingere o nascondere è il paesaggio natale e familiare».
Ancora a una duplicità riconduce il plurimo movimento della scrittura creativa della Corti tra i versanti, all’apparenza opposti, della storia e del mito, della cronaca e della fantasia, della realtà contemporanea e della dimensione onirica. La sua scrittura creativa propone un’attenzione molto forte alla storia (L’ora di tutti), alla cronaca (Il ballo dei sapienti), alla realtà contemporanea (Il treno della pazienza, da cui nasce Cantare nel buio, risale al 1947): «Non si dovrebbe mai vivere fuori del proprio tempo. Per deludente che esso sia, è il posto dove siamo per guardare sia indietro che avanti, per percorrere la nostra strada, [...], per conoscere la forma del nostro destino», per cui scrivere non costituisce mai un semplice divertissement, un puro gioco verbale, perché dietro le parole scritte si nasconde l’impegno dello scrittore engangé, legato al suo tempo, che può anche criticare duramente, non approvare, ma in cui è immerso, in cui si trova a vivere, da cui può guardare il mondo, le cose, gli uomini, in cui, perciò, deve accettare di essere.
Tuttavia, al di là delle precise coordinate spazio-temporali che sono necessarie alla costruzione narrativa, la storia raccontata rivela l’Oltre della vicenda e dei limiti stessi della narrazione, esprimendo una realtà e un mondo che appartiene a tutte le epoche perché semplicemente è degli uomini, del loro essere nel tempo.
Nelle ultime prove creative l’attenzione della Corti è rivolta a un altro tipo di tempo, che non è più quello “reale” e “storico” contrassegnato da un flusso continuo e omogeneo in cui è facile distinguere un “prima” e un “poi”. Già con Il canto delle sirene infatti la Corti immagina una dimensione temporale che solo apparentemente è diacronica, e prospetta l’ipotesi di una narrazione che scardina le coordinate di spazio e tempo classici, costruendo una dimensione stratificata e complessa dove si giustappongono, susseguono e incastrano diversi segmenti temporali, come per esempio i monologhi teatrali delle divine creature inframmezzati ai racconti di Il canto delle sirene, o ancora come in Ombre dal Fondo i diversi piani memoriali e temporali che consentono alle ombre di emergere dal Fondo. Una diversa dimensione temporale in cui quanto accade, accade in una sorta di sospensione, nell’eterno presente del mito o nel tempo fluido della memoria (personale, culturale, storica), che si frammenta seguendo libere associazioni mentali di senso e di immagini.
Accanto a una disposizione “realistica” (nel senso visto di attenzione forte al mondo circostante), molto presente soprattutto nei primi testi, esiste la sfera dell’immaginario, della fantasia, di una dimensione “altra” rispetto al reale, che diventa nel corso del tempo elemento essenziale e complementare alla comprensione di una esistenza «comunque irriducibile ai confini concreti del quotidiano».13 Questa componente fantastica pervade infatti tutti i libri della Corti, concretizzandosi in visioni e fantasticherie spesso surreali: dalla Madonna del Crismatico che «se ne andò volando per il cielo» nell’Ora di tutti, alle immaginazioni fantastiche e storiche di Lanfranchi e alla danza nel cielo del liceo Bonvesin nel Ballo dei sapienti; dai fantasmi della fantasia e del senso di colpa di Marta in Voci dal Nord Est ai sogni di Giovita e del piccolo Toni e alle fughe nel deserto in mezzo ai cammelli immaginate dai tre «gnarelli» in Cantare nel buio; dalla presenza misteriosa e inquietante delle sirene del Canto delle sirene fino alle Ombre dal Fondo e della memoria.
Ai temi dell’appartenenza e delle radici (geografiche, culturali, storiche) cui si lega l’esistenza del singolo, e che erano fortemente presenti nei primi libri in cui la scrittrice puntava la sua attenzione sulla vita di una collettività, di un “coro” e sulle sue vicende, paure, sogni, si sostituiscono nelle ultime prove narrative temi quali il sentimento della solitudine e dell’inappartenenza, della fedeltà a se stessi e al proprio destino. Lo sguardo della Corti privilegia infatti negli ultimi libri l’osservazione di un singolo personaggio (spesso letterario) e delle sue avventure, che sempre più hanno come scenario non la realtà, ma la mente, la fantasia a cui l’immensa biblioteca del mondo offre spunti per viaggi e acrobazie dell’immaginazione: così le mitiche sirene di Ulisse attraversano i secoli tentando l’uomo con il miraggio della conoscenza; le presenze umbratili e capricciose del Fondo diventano l’occasione per un viaggio nella memoria personale e letteraria, ma anche per una ricerca dei meccanismi misteriosi della creazione artistica, mentre l’Etna fantastico si fa crocevia di leggende e miti straordinari.
Claudio Varese sottolinea come l’originalità della Corti consista «nella convergenza di momenti di assolutezza lirica con il racconto delle vicende e con la tensione del commento»; una delle costanti della scrittura della Corti è infatti una forte componente morale da cui scaturisce la coscienza del valore e del significato stesso della parola, e della conseguente responsabilità di “essere” nel proprio tempo e all’interno di una società. Sulla scia di queste riflessioni sul valore del linguaggio poetico (inteso appunto come “linguaggio che produce conoscenza”) e sulla necessità dell’inserimento in un contesto sociale (si vorrebbe dire “umano”) della figura dell’intellettuale, è utile condurre l’attenzione sugli explicit dei libri della Corti, che ancora una volta si situano sotto il segno del doppio: da una parte, infatti, la conclusione di molte vicende prospetta dubbi e domande sul significato della vita e della morte, sul rapporto tra passato, presente e futuro, sull’importanza della memoria e sul senso e sul valore del non dimenticare, dall’altra attraverso le immagini di forte significato metaforico (il ballo col fazzoletto dell’Ora di tutti, la danza nel cielo del liceo nel Ballo dei sapienti, il canto inesausto degli operai di Cantare nel buio) propone quello spirito ottimistico e quella fiducia piena e solare che la Corti rivela nella scelta dei titoli (La felicità mentale, Il ballo dei sapienti, Il canto delle sirene, Cantare nel buio).
Altro elemento essenziale dell’atteggiamento della Corti è uno sguardo disincantato e lucido, esente da tentativi di consolazione, ma sempre umanamente affiancato da una riflessione appassionatamente partecipe, a volte apertamente poetica, altre sommessamente amara e amareggiata sulle sorti degli uomini.
In questo rapporto con l’esterno, emerge come elemento ineliminabile e dominante il filtro dell’ironia e di una componente ludica che si rivelano presto necessarie non solo per guardare il mondo, ma anche e soprattutto per trovare la leggerezza indispensabile a raccontare la realtà circostante. L’ironia, la leggerezza diventano allora gli strumenti attraverso cui la visione delle cose che accadono trova la giusta distanza dal sentimento e dal giudizio che su di esse comunque nasce.
L’ora di tutti viene pubblicato nel 1962 e a trentasette anni di distanza esce Catasto magico. Un abisso non solo temporale separa i due libri: dai fantasmi di Otranto, attraverso l’illusione della cultura, attraverso l’universo quasi barbarico e surreale degli operai bresciani, passando per gli appunti e le riflessioni di un viaggio americano e per le seduzioni del mito, fino alle ombre capricciose del Fondo e all’idea dell’Etna errante nei secoli, la scrittura della Corti mostra scelte e “cambi di rotta” molto diversi tra loro, segno di una ricerca mai interrotta e di una fiducia profonda nella comunicazione letteraria (e non). Cambi di rotta, si è detto: se durante la prima fase la schizofrenia, la scissione tra lavoro critico e attività inventiva era vissuta in modo problematico e spesso doloroso, lentamente prende avvio un nuovo tipo di scrittura che, fondendo in una le due passioni, trasforma in racconto un tema culturale, un’idea letteraria. Quella precisa competenza filologica e “investigativa”, che aveva spinto la Corti studiosa alla ricerca delle fonti dell’Ulisse dantesco o del vero autore del Delphilo, diventa nell’ultima fase complice della scrittura creativa. In questo modo l’esperienza di studiosa e di ricercatrice fa proprie le capacità fabulatrici e gli strumenti dell’attività inventiva, acquisiti e rivelati in tanti anni di scrittura. Ciò che in un primo momento si configurava come “reale”, la storia, gli uomini, muta e si individua sempre più nell’idea borgesiana e calviniana di un mondo, di una realtà intesa come un’infinita, sterminata biblioteca, a cui la Corti guarda tentando, oggi come ieri, di interpretarne i segni.

(*)Giorgia Guerra
da Maria Corti: voci, canti e catasti, Interlinea
 

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