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Carlo Negro è nato a Cuneo nel 1920.
Chiamato alle armi nella seconda guerra mondiale, è stato successivamente
internato in Germania. Docente di lettera dal dopoguerra al 1995, ha
pubblicato un testo di storia per la scuola media (L’umana conquista,
Paravia, 1962). È morto a Novara nel 1995; un suo volume di ricordi di
prigionia, Spassiba, è uscito postumo da De Agostini nel 1997.
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L’aveva trovato un cammelliere, una sera, in un’oasi del deserto. L’uomo
cercava refrigerio e pace, un po’ lontano dalla carovana rumorosa. Un
riflesso di stelle nel buio gli aveva rivelato un minuscolo specchio
d’acqua, poco più di una pozzanghera, tra gli alti cespugli. Mentre si
chinava a bere aveva sentito l’improvviso fruscio e fra i suoi piedi era
schizzato via un esserino – una bestiola? – mugolante e saltellante.
L’aveva afferrato con un balzo e si era trovato fra le mani un bambinetto
minuscolo, tutto nudo, che gli morse la mano, buscandosi in cambio un
formidabile scapaccione che gli tolse per qualche secondo la voglia di
divincolarsi e fuggire.
Lo portò al campo, dove il capocarovana lo fece lavare fra mille strilli,
coprire con un minuscolo straccio rosso ai fianchi, e tentò di farlo
parlare. Mugolii e basta.
Poteva avere tre, quattro anni. Pulito, era anche bello, con uno sguardo
attento, occhio nero, nerissimi i capelli, e una fame da primato. Era
stato abbandonato da una carovana, o si era perso?
«Dove l’hai trovato?»
«Nell’acqua, tra i riflessi delle stelle» rispose ridendo il cammelliere.
«Allora lo chiameremo Ahmed. Provvederò io a lui». E così il bimbo trovò
un nome, un cibo, un padre. O quasi.
Quando
giunse, dopo le ultime tappe del deserto, al caravanserraglio di Betlemme,
in Palestina, il “padre” aveva già capito che non poteva portarsi dietro
la piccola peste. O lui o gli affari. Scelse gli affari, ma non lo
abbandonò.
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