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Quella volta Focus Terzo l’aveva fatta grossa. Tanto grossa che sua madre
era stata costretta a cacciarlo fuori di casa, cioè fuori dalla bocca
dell’inferno, in mezzo alla neve, il 24 dicembre. Tutto accaldato com’era,
non si poteva dire che fosse una cosa piacevole.
Focus Terzo era l’erede di una grande famiglia di diavoli, tutti cornuti,
con zoccolo di cavallo che sprizzava scintille e coda attorcigliata che
terminava in una fiamma bluastra. Suo padre Ponsò e suo nonno Zolferino si
erano fatti onore provocando liti, faide, vendette, omicidi, stragi,
guerre; i suoi fratelli, Falò e Fumino, e la sorella Scintilla sapevano
usare da maestri tutte le armi diavolesche: invidia, gelosia, maldicenza,
tradimento, oltre, si capisce, al solito forcone, simbolo di tutti i
diavoli dabbene. Gli antenati di Focus avevano al loro attivo non so più
quante condanne a morte di non so più quanti ladri, briganti, banditi e
assassini.
Focus Terzo, però, era un erede
degenere di tanta diabolica nobiltà. Sua madre, la diavolessa Rubecchia,
bravissima a provocare litigi anche tra le donne più miti, per insegnargli
il mestiere di diavolo lo metteva accanto a un bambino affinché insinuasse
in lui la voglia di far capricci, di dir bugie, di disubbidire. Focus si
addormentava con la testa sul cuscino della vittima, come se fosse il suo
angelo custode invece che il suo diavoletto tentatore, e le teneva caldo,
perché i diavoli scottano come se avessero sempre la febbre a quaranta
tanto che, ad averne uno vicino, si potrebbe fare a meno della stufa. |