I viaggi creativi di Elve
d
i Walter Fochesato
 

 

 

Quel che mi ha sempre colpito (e che ancor oggi desta in me meraviglia) del lavoro di Elve Fortis de Hieronymis non è stata tanto la creatività, che pure possedeva in sommo grado. No, è stata la generosità. Tento e spero di spiegarmi. In tutti i suoi libri ha sempre profuso a piene mani invenzioni e trovate, doni e sorprese. È sempre stata munifica e prodiga. Quante volte in questi anni (di tanti e troppi libri) abbiamo visto un’idea, magari un’ideuzza, usata più e più volte e stiracchiata o furbescamente dosata a gocce e pasticche. O ancora copiata, decalcata, imitata.
No, Elve Fortis ha sempre seguito altre strade. Illustratrice, scrittrice, ideatrice e progettista di libri per l’infanzia, accompagnava questa sua munificenza creativa con un’altra (e conseguente) qualità: un’inesausta curiosità, un gusto continuo per il cambiamento, par la sperimentazione felicemente consapevole di nuove strade e occasioni. Due sono, da questo punto di vista, i suoi libri esemplari: Così per gioco..., pubblicato dalla Einaudi nella collana “Gli Struzzi” nel 1979, e questi Viaggi che apparvero per le stesse edizioni nella serie “Libri per ragazzi” dieci anni dopo. Il primo era un manuale, svelto e incisivo, dedicato alla creatività (forbici, colla, materiali di recupero e quant’altro). Tanto che quando ricordai la figura di Elve in una rivista cui allora collaboravo scrissi che Così per gioco... lo «vedrei pubblicato in cofanetto, insieme a La grammatica della fantasia di Rodari». Si rivolgeva sia ai ragazzi che agli insegnanti.
I viaggi di Giac, spero che lo abbiate letto prima di fermarvi su questa nota, è invece un’opera singolare e inconsueta nel panorama del libro per bambini.

Un pupazzino di carta, ritagliato da un vecchio quotidiano in un giorno di pioggia, che prende improvvisamente vita e inizia a vagabondare in mondi fantastici: Puntinia, Lineapoli, Roccatonda, Roccaquadra, Iridia. Si snoda cosi un itinerario coinvolgente e ricchissimo, intelligente e, par certi versi, emozionante. Elve aveva mano leggera e ferma vuoi nella scrittura vuoi nell’illustrazione. E tutto era poi filtrato da un grande rigore fatto di stile e di signorilità, di allegria e ironia.
In 120 pagine o poco più si trovano giochi logici e gustosissime divagazioni lessicali e semantiche, inviti a lavorare con e sul libro, origami e filastrocche. Quelle filastrocche rimandano alla impagabile lezione del “Corriere dei piccoli” e al ritmo sornione e distaccato di un Sergio Tofano. D’altro canto la stessa figurina di Giacomino si lega in qualche modo ad analoghe e felici invenzioni presenti, non casualmente, in quel vario e minoritario filone della nostra letteratura per l’infanzia costruito sull’impertinenza, l’invenzione, l’immaginazione, la presa in giro, lo scarto improvviso che ci porta verso altri territori. Vien da pensare a un romanzo “di confine”, a una storia delicatissima e latamente pacifista come Le avventure di Fiammiferino (1906), unica opera per bambini del celebre e celebrato giornalista e inviato speciale del “Corriere della Sera” Luigi Barzini. Per giungere a I viaggi di Giovannino Perdigiorno ancora di Rodari. Senza dimenticare che il nostro pupazzetto ritagliato è pur sempre lontano nipote dei tanti omini piccini‑picciò della fiaba classica.
Vi è, infine, un elemento che vorrei sottolineare di questo libro e che ne mette in rilievo, ancor più, la sua validità e attualità. In questi ultimi anni, guardando a quel che si è fatto e si va facendo in altri paesi europei, vi è stato un crescente interesse verso quei libri che “insegnano” a “leggere l’arte”: singole opere, progetti editoriali (penso in primis al lavoro delle edizioni Giannino Stoppani), associazioni e realtà museali. Vi è un quadro vivace di progetti e iniziative che fa ben sperare.
Ebbene Elve Fortis de Hieronymis lo aveva già anticipato per certi versi. Le riproduzioni di Kandinsky, Robert Delaunay Matisse, Vasarely, Calder, Steinberg, Morandi, con il parco e sobrio commento che le accompagna, sono lì a testimoniarlo.
Giac alla fine dei suoi viaggi, emozionato e felice, trova il modo per tornare nel suo paese, a Castelcarta. Chissà, a me piace pensare che benefica regina di questo mondo sia proprio la Elve, con forbici e pennarelli al posto dello scettro...

pubblicato in “Andersen”, maggio 2001

   
 
 
 

  Torna

Inizio pagina