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Ritagli stampa di primavera: i giornali parlano di Interlinea
I libri Interlinea hanno richiamato, negli ultimi mesi, più volte l’attenzione della stampa nazionale, le cui recensioni e segnalazioni hanno contribuito a dare alla casa editrice una significativa "visibilità". Numerosissime le recensioni relative al volume di testi inediti e rari (da D’Annunzio a Greene) Scrittori per Padre Pio, sul quale si è concentrata l’attenzione della stampa in occasione della beatificazione del frate del Gargano. Diverse segnalazioni anche per Éschaton di Luigi Santucci. Ecco comunque una brevissima selezione dalla rassegna stampa generale, tratta dalla raccolta del primo semestre 1999, con i riferimenti ai volumi recensiti.
Senza voce non può esserci dialogo ("Corriere del Ticino", CH, 25 gennaio 1999): "Una serie di straordinarie riflessioni sulla parola e il silenzio scritte nel 1945 in un campo di prigionia" (Roberto Rebora, Della voce umana e poesie inedite, a cura di Nicoletta Trotta, pp. 96, lire 18 000).
"Caro Eco, disinformato sarà lei" ("Avvenire", 9 marzo 1999): "In una lettera del 1969 lo scrittore Morselli polemizzava con il semiologo sui temi del giornalismo" (Guido Morselli: i percorsi sommersi, a cura di Elena Borsa e Sara D’Arienzo, pp. VIII + 192, lire 30 000).
Graham Greene: i campi sassosi di Padre Pio ("Corriere della Sera", 21 marzo 1999): "Il libro (ed. Interlinea) raccoglie gli interventi sul frate con le stigmate di alcuni grandi scrittori" (Scrittori per Padre Pio, a cura di Antonio Motta, pp. 64, lire 10 000).
Biblioteca di Autografo ("L’indice dei libri del mese", aprile 1999): "Interlinea ha affidato alla direzione di Maria Corti la collana "Biblioteca di Autografo", che raccoglie inediti e rari della letteratura italiana"
Soldati, viaggio a Lourdes oltre lo scetticismo ("Avvenire", 3 aprile 1999): "Mario Soldati ha saputo essere, oltre che un grande scrittore, anche un eccellente polemista..." (Mario Soldati, Un viaggio a Lourdes, introduzione di Marziano Guglielminetti, pp. 72 , lire 15 000).
Le penne di Padre Pio raccontano ("Il Sole 24 ore", 11 aprile 1999): "Tra le testimonianze degli scrittori che incontrarono il cappuccino vi è un documento del 1924 in cui D’Annunzio..." (Scrittori per Padre Pio, a cura di Antonio Motta, pp. 64, lire 10 000).
La Cina crocifissa del poeta Ai Qing ("Avvenire", 14 aprile 1999): "Comunista e tentato dal Cristianesimo, ammiratore di Mao e perseguitato dalla Rivoluzione culturale..." (Ai Qing, Morte di un Nazareno, a cura di Anna Bujatti, pp. 64, lire 10 000).
D’Annunzio mistico eremita con Padre Pio ("Il Secolo XIX", 20 aprile 1999): "Ecco un libriccino che conferma che la leggenda di Padre Pio ha raggiunto in diversi modi anche gli strati ‘alti’ della cultura" (Scrittori per Padre Pio, a cura di Antonio Motta, pp. 64, lire 10 000).
Così Santucci racconta la sua morte ("Il Giorno", 25 maggio 1999): "Santucci ha raccontato la propria agonia (...) in un libretto-testamento al quale ha lavorato fino all’ultimo" (Luigi Santucci, Éschaton. Traguardo di un’anima, con una nota di Gianfranco Ravasi, pp. 48, lire 15 000).
Da Dante a Blade Runner come vedere la modernità ("Tuttolibri", 3 giugno 1999): "Un libro che diventa un inventario di luoghi e motivi legati alle modalità di pensare lo sviluppo complesso della modernità" (Giorgio Bertone, Lo sguardo escluso. L’idea di paesaggio nella letteratura occidentale, pp. 272, lire 40 000).

Per ricevere maggiori informazioni e gli articoli sui libri di Interlinea fare richiesta all’ufficio stampa (tel. 0321 612571,
email:
ufficiostampa@interlinea.com). A cura di Ettore Colli Vignarelli, responsabile dell'ufficio stampa di Interlinea edizioni, Novara.

 

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Éschaton: il "traguardo" di Luigi Santucci
 

Una singolare coincidenza del destino ha voluto che il "testamento" letterario e umano edito da Interlinea di Luigi Santucci, il grande scrittore milanese scomparso dopo una lunga malattia lo scorso 23 maggio, uscisse in libreria proprio il giorno delle esequie dell’autore. Il nuovo romanzo è emblematico fin dal titolo, Éschaton (sottotitolo: Traguardo di un’anima) e rivela i più reconditi stati d’animo dell’autore, uno dei maggiori scrittori italiani contemporanei, negli ultimi mesi della sua vita, tutto proteso com’è sulle "cose ultime". Non a caso si tratta di un viaggio nell’oltretomba descritto con i classici canoni danteschi di inferno, purgatorio e paradiso, che in realtà si rivela essere un emozionante e folgorante viaggio interiore alla ricerca di se stessi, mentre ci si affaccia sull’abisso della morte, verso la frontiera ultima.
Con quest’opera (che l’autore aveva offerto all’editore novarese perché fosse la sua "ultima") chiude un ciclo di romanzi, tra i quali citiamo almeno (sono tutti mondadoriani) Lo zio prete del 1951, Il velocifero del 1963,
Orfeo in Paradiso di quattro anni più tardi e Il mandragolo uscito nel 1979, prima di un lungo silenzio interrotto soltanto da pagine di riflessione e da racconti brevi.
Luigi Santucci è nato a Milano nel 1918. Ha esordito nel 1942 con un saggio dedicato alla letteratura d’infanzia e subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1946, ha pubblicato Misteri gaudiosi, considerato quasi una dichiarazione programmatica della sua poetica. Con Orfeo in paradiso si è aggiudicato il Premio Campiello nel 1967.
Éschaton ( pp. 48, lire 15 000) è accompagnato da una nota di Gianfranco Ravasi.   
 

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Letture all’ombra - 1 (Mario Soldati)
Mario Soldati: "ogni volta che esco dall’Italia il cuore mi balza in gola"
 

Ogni volta che esco dall’Italia, in qualunque direzione, ma soprattutto verso la Francia, perché fin da piccolo fu quello il mio estero e furono i monti che vedevo in fondo a corso Francia, a Torino, i monti dell’altro paese: ogni volta che varco la frontiera il cuore mi balza in gola con lo stesso entusiasmo col quale abbraccio una bella donna che non sia mia madre o mia sorella. È il piacere dell’evasione, della contraddizione. Il piacere profondo e vitale di cambiare, di espandersi oltre una famiglia, una classe, un paese, una razza. Se uno non è attaccato a una famiglia, classe, paese, razza, neanche godrà a uscirne. Se uno non è vissuto in stretto contatto con la propria madre, non amerà molto neanche le altre donne.
E gli indifferenti al patriottismo non furono mai gli esuli, ma proprio coloro che non si mossero mai dal luogo natio, e quasi mai concepirono tutto il mondo come una grande astrazione dove il luogo natio si proiettava ingigantito.
All’uscita dal primo tunnel in terra franca i prati brillarono di un verde che pareva più fresco, più vivo, più selvaggio. Affacciandomi al finestrino, mi pareva perfino di respirare un’aria più leggera. Era un’illusione, si capisce...
Per proseguire il viaggio in compagnia di Mario Soldati potete leggere il suo Viaggio a Lourdes (Interlinea, pp. 72), da cui è stata tratta questa pagina.

 

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Letture all’ombra - 2 (Massimo Vaggi)
E quando il Maestro suona il clarino...
 

Oh, non che non sapesse suonare, quando era sbronzo. No, il clarinetto era l’unica melodia per le sue dita tremanti, che proprio come anni prima sapevano bloccare il tubo di legno in una sicura morsa di ferro e si muovevano agili – forse non come un tempo ma sempre molto di più di quelle di quasi tutti coloro che si presentavano con lui ai provini – tra un buco e una chiave, lasciando libere melodie sinuose e invitanti.
Suonava sempre bene, il Maestro. Con il tempo, anzi, pur avendo perso per strada qualcosa della tecnica sublime che aveva con gli anni maturato, aveva tuttavia ancor più affinato una dote da sempre evidente: quella di riuscire a dare al timbro del suo strumento un che di profondo e misterioso. Ma evidentemente non bastava.
"Non me ne faccio nulla di uno che suona bene ma non riesce a stare in piedi" aveva crudelmente sintetizzato il proprietario di un locale di Gabicce.
Anche quel pomeriggio, dopo quel bicchiere alzato, quel brindisi, quell’augurio, non era andata poi diversamente dal solito.
"Va beh, suoni qualcosa".
E il Maestro suonò. Rapsodia in blue era uno dei suoi cavalli di battaglia, ma quella sera gli riuscì particolarmente bene. L’acuto dopo la scala cromatica iniziale fu raggiunto con sicurezza e risultò limpido e sonoro, come soffiati e profondi sembrarono i bassi – d’altronde il maestro aveva sempre prediletto i suoni gravi.
L’impresario guardò il suo sonnacchioso assistente, che si era improvvisamente risvegliato e seguiva con interesse l’esecuzione del Maestro che, ad occhi chiusi, sembrava pensare ad altro, e anzi essere proprio da un’altra parte.
"Va bene, va bene, può smettere".
Ma il Maestro non smetteva.
"Lascia perdere" disse l’assistente "è concentrato e forse non ti sente nemmeno". L’impresario sprofondò nella sedia, accontentandosi di questa spiegazione. In fondo aveva bisogno di un clarino e quel tipo sembrava proprio suonare bene. Non aveva intenzione di creare ostacoli, che suonasse, se voleva. Ormai il provino poteva considerarsi finito.
Ma Rapsodia in blue non è pezzo che duri un minuto e l’impresario sembrava diventare ad ogni battuta sempre più nervoso.
"Va bene, adesso. la prendiamo, può smettere".
Il Maestro non smise,
"Ma mi sente? Ehi, dico a lei, mi sente?"
Ovviamente non lo sentiva, ma per ventura Rapsodia in blue stava comunque per terminare, indipendentemente da quel che voleva l’impresario.
Il Maestro alzò allora il clarino, come un elefante la proboscide prima di morire, l’abbassò, l’ultima nota, lo stacco, e svenne.

Potete continuare a leggere la storia nel romanzo Tu, musica divina di Massimo Vaggi (pp. 176, lire 20 000).
 

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Letture all’ombra - 3 (Dante Graziosi)
Un camminante nella Bassa assolata
Un camminante nella Bassa assolata
  Quel balordo del Nando si era dato da fare veramente per cercare le tracce della bella Linda, allettato dalle promesse remunerative del Ferrari e anche un poco per la curiosità dell’avventura.
Nando dell’Andromeda era una figura strana e tra i "camminanti", barboni senza fissa dimora, si distingueva, sia per la prestanza fisica, sia ancora per l’eccentrico modo di vestire. Portava in testa, d’estate e d’inverno, una "magiostrina", quel cappello di paglia rigido e piatto, con grande fascia amaranto; un gilè quadrettato multicolore s’intravedeva, quando apriva la giacca nera lunga come un frac, ma smunta, che in talune parti aveva efflorescenze d’un verdone scuro; i calzoni, lunghi fino a coprirgli le scarpe di cuoio grasso, erano molto simili al gilè multicolore.
Al collo, sotto una barba incolta che si radeva ogni quindici giorni, svolazzava una cravatta nera alla La Vallière.
Naturalmente in spalla portava la sua casa: un grande zaino, pieno di robe che dovevano servire nel suo lungo peregrinare e poi, quella che era una caratteristica personale, lo strumento del suo lavoro, la giustificazione del suo camminare di cascina in cascina, di cortile in cortile, una fisarmonica, con i bordi di madreperla; l’aveva chiamata Andromeda, il nome di una delle tante costellazioni che nelle notti stellate, prima di addormentarsi su un fienile egli contemplava per ore, attendendo che si muovessero, facendo il giro del cielo con l’esasperante lentezza degli astri.

La romantica saga padana di Nando è narrata in Nando dell’Andromeda di Dante Graziosi (pp. 204, lire 15 000).

   
 

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