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Da Dante a De André fino a
Facebook: esiste ancora la poesia d'amore oggi?
«Tu mi hai tutta predata vorticoso /
come un vento selvaggio ma di questi / assai meno pietoso e musicale. /
Perciò io ti riguardo che ti assenti / mentre anch’io mi dilungo
abbandonata / presso la mia mortale era di pace» (Alda Merini, Ti ho
detto addio)
Guido
Davico Bonino è il curatore della raccolta
Le cento più belle poesie d’amore
italiane. Da Dante a De André:
un’antologia d’autore dove i versi d’amore, dai classici Dante e
Petrarca ad Alda Merini e Fabrizio De Andrè, si intrecciano con l’arte.
«Da Beatrice che a Dante “tanto gentile e tanto onesta pare” agli amori
dei poeti del Novecento. Ecco una raccolta d’autore sul sentimento più
imprevedibile dell’uomo, a cura di Guido Davico Bonino. Non manca la
malinconica Alda Merini (“Ti ho detto addio dopo che ho spesa tutta /
l’amarezza del grembo e l’ho posata / presso di te come una voce
strana”) e il De André di Amore che vieni amore che vai: “Quei
giorni perduti a rincorrere il vento, / a chiederci un bacio e volerne
altri cento, / un giorno qualunque li ricorderai, / amore che fuggi da
me tornerai”». L’antologia propone anche un percorso tra le più belle
opere d’arte ispirate al sentimento d’amore a cominciare da Il Bacio
di Francesco Hayez in copertina per proseguire con il Giotto di
Gioacchino e Anna alla Porta Aurea, Venere e Marte legati
da Amore del Veronese, il Bernini di Apollo e Dafne, Amore
e Psiche del Canova per terminare con le opere di De Chirico e
Guttuso.
Altro è il suono di
Le cento più belle poesie d'amore italiane (da Dante a De André),
dove l'amore dà suoni molto più nobili e anche casti, umanamente
riflessivi o sgomenti, fugaci o deludenti, trascoloranti o illudenti»
(La Stampa-TuttoLibri, Giovanni Tesio, 13 febbraio 2010)
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Gianfranco Fini e Massimo
Savastano: un viaggio dal nord al sud per combattere la mafia insieme ai
giovani
«La
mafia non è imbattibile»: questa l’affermazione di Gianfranco Fini,
autore della presentazione del libro di Massimo Savastano
La mafia ha paura di te. Viaggio dal nord
al sud. L’autore,
professore del nord, incontra un gruppo di studenti di Gela; un
colloquio per prendere coscienza del fatto che la mafia può essere
sconfitta così come ribadisce anche Fini nella: «La lotta alla mafia è
una lotta di civiltà che deve essere combattuta in primo luogo
all’interno della coscienza di ogni singolo individuo, attraverso la
difesa della propria libertà e la propria dignità contro ogni forma di
intimidazione e potere criminale. Per questo, la cultura costituisce lo
strumento primario per ispirare e sensibilizzare i cittadini ai grandi
valori della vita e della democrazia. […] ma non dobbiamo pensare che la
mafia sia presente solo nel sud d’Italia». Il libro è anche un viaggio
nel ricordo di coloro che hanno avuto il coraggio di affrontare la
mafia, l’omertà e la cultura dell’illegalità: dai giudici Falcone e
Borsellino a Roberto Saviano; da Peppino Impastato al vescovo di Acerra
Antonio Riboldi; dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa al giovane
Mattia Bergamini e molti altri ancora.
Fini dichiara ancora: «Ecco
allora che personalità come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Peppino
Impastato e Piersanti Mattarella – solo per citarne alcuni –
rappresentano un perenne esempio di grandi italiani che hanno combattuto
contro l’anti-Stato fino a perdere la propria vita. La loro lezione può
favorire nei giovani la crescita di un’alta sensibilità civile, che si
trasformerà in seguito in patrimonio collettivo condiviso e bagaglio
morale primario per costruire una società libera. Istituzioni e forze
politiche devono incoraggiare, educare e sostenere tutti coloro che
vogliono liberarsi della mafia: ciascun cittadino deve essere conscio
dell’alto contributo che singolarmente esso può e deve dare alla
diffusione dei valori civili e democratici».
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Filosofi un po' asini? Se lo
chiedono Francesca Rigotti e Giuseppe Pulina in una riflessione sulla
cultura di oggi
Tra
le nuove pubblicazioni di Interlinea è in arrivo «un’originalissima
rassegna su ontologia, razionalità, sessualità e voce dell’asino,
campione attualissimo dell’ibridismo e grande protagonista di
metamorfosi»: in
Asini e filosofi
infatti i due autori Rigotti e Pulina svelano relazioni e collegamenti
tra la figura dell’asino e la filosofia, la cultura, il mito e la
favola. Diversi e singolari gli argomenti del pamphlet, interessante ad
esempio la riflessione sull’asino come protagonista di cartoon e film
d’animazione: «Sul grande schermo l’asino guadagna in sicurezza e
determinazione, sino a rasentare qualche volta la sfrontatezza. Mantiene
sempre in sé la dolce goffaggine che anche agli occhi dei bambini sa
trasformarlo in un amabile quadrupede. In realtà, non è una vera
trasformazione, perché l’asino non è un animale camaleontico e
opportunista. Quasi sempre l’asino è il terminale, il punto ad quem
di un processo involutivo […] l’asino è sempre asino, perché, per usare
le parole di Giordano Bruno, è più facile “inasinirsi” che “inumanirsi”,
e questo vale anche nel fantasticante mondo dell’animazione».
«Questo libro, scritto da due che tutto
saranno fuorché due somari, riesce a condurci talora per sentieri noti,
altra volta per meandri sconosciuti, dentro il percorso di una vera e
propria vicenda storica, una storia asinina della coscienza europea che
ha qui i suoi poli dominanti nella classicità greca ( Eraclito,
Aristotele, Apuleio) e nell'Italia rinascimentale ( Bruno, Cornelio
Agrippa, Machiavelli), per non dire di certi felici affondi tra
Montaigne e Spinoza, con il suo retroterra ebraico, in un viaggio che è
fatto di più viaggi, dall'asina di Buridano allo Zarathustra di
Nietzsche, dal mondo dei greci ai più recenti esperimenti del pensiero»
(dalla presentazione di Paolo Cristofolini).
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Quando la letteratura è un'antologia di racconti: dai ricordi di guerra
e amore di Bonazzi alla prosa di Garrone riscoperto da Vassalli
«La notte è più nera proprio prima
dell’alba. Voglio sperare che sia così e che tra pochi mesi sarà finito
questo tempo terribile, per ricominciare a vivere liberi e in pace»
Giuseppe Bonazzi, insegnante di sociologia
dell’organizzazione all’Università di Torino ora in pensione, si dedica
a letteratura e antropologia; il suo esordio in narrativa è
rappresentato da
Prima dell’alba. Racconti di guerra e di
amore. Il libro,
composto da quattro racconti dedicati ad altrettante donne, svela
l’educazione sentimentale e morale di un giovane ragazzo sullo sfondo
della sua terra d’origine, Casale Monferrato, negli anni bui della
guerra.
«Piccoli
romanzi-fiume, come direbbe Giorgio Manganelli, in cui la prima persona
sapientemente maschera o mima una memoria non scontatamente
autobiografica: l’ossimoro ben rappresenta queste storie così dense, ben
strutturate nella loro impalcatura novellistica, ma pronte ad ampliarsi,
a debordare quasi oltre il limite per trasformarsi, volendo, in romanzi
storici, con ricostruzioni e ambientazioni talmente ben focalizzate da
disegnare anche un nuovo tassello geografico, quello di Casale e del
Monferrato, poi oltre, nel Cuneese fino a Garessio, nella mappa storica
e letteraria della dominazione fascista e della guerra in Italia» (dalla
presentazione di Giusi Baldissone).
«Il sorriso degli Etruschi è la distanza
tra parole e cose, tra letteratura e realtà, non nell’epoca antica ma
ora e qui. C’è già, in Garrone, un’idea destinata a crescere nei decenni
successivi e a produrre le avanguardie letterarie e gli sperimentalismi
del secondo Novecento»
La seconda antologia di racconti che compare tra
le nuove pubblicazioni s’intitola
Sorriso degli Etruschi
di Dino Garrone: Sebastiano Vassalli,
autore della presentazione, invita a rileggere e a riscoprire questa
opera nel segno di una prosa che rivela tutta l’inquietudine dell’autore
morto a soli ventisette anni. Garrone infatti affronta, attraverso la
scrittura, i temi chiave della letteratura come quello dell’amore
dissipando il mito che li circonda.
«Ines
è già qualche cosa di diverso dall’amore: è il dovere da compiere.
Allora gli occhi rientrano in sé. Le efelidi riappaiono come efelidi,
non polvere d’oro. I forellini alle guance sanno di pietra pomice; le
gambuccie ristrette ai ginocchi non sono più tanto belle; la cicatrice
sul collo è un tatuaggio del quale si va perdendo ogni santità […] Siamo
già ai tentativi di un salvataggio disperato. Sul ponte di comando,
sotto i rovesci delle onde, la voce del capitano grida: “Scialuppe in
mare! prima le donne e i bambini!” Donne e bambini, teneri ricordi.
Almeno quelli!» (brano tratto dal racconto Parabola).
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I caffè storici: luoghi per tutti o salotti letterari? Nel libro di Nino
Bazzetta un viaggio attraverso i maggiori caffè storici italiani
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- «Gloria
dunque al caffè, cantato dai poeti, gustato da grandi uomini e
piccoli, che nel suo aroma ritrovarono per un attimo
sollievo, serenità, forza»
Torna
un libro culto degli anni trenta, arricchito da illustrazioni
d’epoca, attraverso cui conoscere i maggiori caffè storici italiani:
I caffè storici d’Italia. Da Torino a
Napoli
di Nino Bazzetta de Vemenia. Dai locali
risorgimentali della prima capitale d’Italia alla Milano Belle
Époque passando da Pavia a Bologna, da Padova a Venezia, da Lucca a
Firenze fino al golfo partenopeo: un viaggio per riconoscere nei
caffè luoghi per tutti eppure salotti di cultura perché, come scrive
Valéry, «la vita di caffè non nuoce alla considerazione, perché la
fanno non solo gli oziosi, ma anche i primi magistrati e anche i
ministri».
«Il caffè, ci ricorda Bazzetta, è
crogiuolo di idee, una fonte di discussioni e dibattiti civili, di
elaborazione di storie da raccontare e ascoltare. Una volta
apprezzata la distanza cronologica che ci separa dall'autore (più di
settanta densissimi anni), il suo libro ha il potere di renderci una
fotografia di qualità di un aspetto della storia italiana che sta
perdendo la sua specificità per rientrare in un quadro più grande,
cinicamente monodimensionale, per forza più povero, ma che così non
era» (dalla presentazione di Stefano Giannini).
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La trilogia dei romanzi-diario di Soldini si chiude con Il
giardino di Montaigne tra cronaca e memoria
Esce
l’ultimo dei tre diari di Pier Angelo Soldini riscoperti da
Interlinea:
Il giardino di Montaigne.
Scritto tra il 1965 e il 1973, anni cruciali per la storia d’Italia,
il libro unisce cronaca e memoria: una riflessione sulla generazione
che ha aderito al fascismo e su coloro che hanno avviato l’autore e
i suoi coetanei a fare certe scelte che Soldini giudica con
chiarezza e semplicità, senza cercare giustificazioni o scappatoie,
ma sempre nella volontà di difendere la dignità umana. Precedenti a
quest’ultima pubblicazione altri due volumi che hanno rivelato
l’abilità letteraria del giornalista-scrittore:
Il cavallo di Caligola
e
La forma della foglia.
«"Talvolta, mentre faccio i soliti
quattro passi dopo cena in via Machiavelli, quando ormai la gente è
rientrata quasi tutta nelle proprie case, mi sento come un marinaio
che cammina sul ponte di una nave abbandonata. Bisogna rompere -
allora mi dico - bisogna rompere assolutamente, altrimenti il
cerchio delle abitudini e della pigrizia si stringe sempre più
[...]. Nessuna differenza tra me che cammino e coloro che si stanno
inebetendo davanti al televisore". Mi piace pensare che questa
immagine marinaresca - che forse deriva dalla passata esperienza
dello scrittore come inviato di guerra a bordo delle navi -
fotografi al meglio l'intima visione di Soldini: sospesa tra la
fatica della propria macerazione interiore e la quasi disperata
necessità di arrivare agli altri, in un'ansia di salvezza
comunitaria» (dalla Nota introduttiva di Roberto Carlo Delconte).
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Un autore del passato per apprezzare il Piemonte: dal Sancarlone
alla Madonna del Sasso, dai castelli novaresi al Monte Rosa in
Paesaggi di Torelli
Paesaggi.
Storia e leggende in Piemonte
di Giuseppe Torelli rappresenta
l’edizione anastatica dell’originale del 1861 ed è impreziosita da
incisioni d’epoca che riproducono i luoghi più significativi del
Verbano Cusio Ossola oltre che del territorio novarese. L’imponente
statua di San Carlo Borromeo ad esempio è così descritta dal
Torelli: «Sullo spianato del monte s’alza un cono segato a mezzo,
formante un pianerottolo che serve di base al celebre colosso di San
Carlo, il quale colle sue immense proporzioni presentandosi
improvvisamente all’occhio del viaggiatore gli incute nell’animo un
sentimento di meraviglia vertiginosa ed inquieta: sembrerebbe un
fantasma minaccioso, se la mansuetudine dell’effigie lo
permettesse». Un’altra tappa del viaggio dell’autore tra paesaggio
storico e geografico è la chiesa della Madonna del Sasso: «La
Madonna del Sasso; e il dì che ricorre quella festa è forse il più
bel dì del lago: vengono a torme i devoti, ed a vedere le
processioni variopinte e lunghe che salgono, scendono, s’addentrano
e scompaiono per poi comparire sul dorso d’un risvolto de’ monti, si
direbbero lunghe serpi che anguillano su pei gioghi». Un’occasione
per riscoprire i luoghi più affascinanti del nostro territorio.
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«Partendo spesso da suggestioni di
luoghi, per le quali indugia in pittoresche descrizioni secondo un
gusto romantico, fra malinconiche rovine e maestosi e tetri paesaggi
naturali, cui fanno contrasto scorci ridenti e sereni, Torelli
intreccia e sviluppa storie non prive di fremiti e brividi che sanno
coinvolgere anche il lettore d'oggi, quasi in attesa del pieno
sviluppo degli stereotipi romanzeschi» ("Corriere di Novara",
I "Paesaggi" diventano protagonisti, Ercole Pelizzone, 22 aprile
2010)
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Cesare Viviani: l'«amico dell'invisibile» oggi nella schiera dei
maggiori poeti
«Un’orma tua ho trovato, / di quella
passeggiata fatta con gli angeli / tre giorni fa, l’orma del piede
sinistro, / nel fango indurito, un residuo, / e a nessuno posso dire
come l’ho amata, / con che animo, con che foga. Fino a staccarla / e
corso a casa, preso un setaccio, ridurla / in finissima polvere»
(Cesare Viviani, da L’opera lasciata sola)
L’impegno
di Interlinea per la poesia prosegue anche sul versante della
saggistica. Nei quattro saggi che compongono
L’orma dell’angelo. Sulla poesia di
Cesare Viviani
Daniela Bisagno ripercorre l’intera
opera del poeta sottolineando l’intuizione di fondo dell’autore per
cui la poesia è rifiuto del semplicemente dicibile. Un’attenzione
particolare è dedicata ai due libri capitali dell’originalissima
avventura letteraria di Viviani: L’opera lasciata sola e
Silenzio dell’universo, espressioni, come scrive Elio Gioanola
nella presentazione, di una «difficile poesia dominata dalla lotta
con l’indicibile».
L’opera della Bisagno si sofferma anche sulla produzione giovanile
del poeta alle prese con una convinzione che caratterizzerà la sua
intera produzione: «La scrittura poetica non si forma nella
relazione con l’esterno, con il quotidiano, con il sociale, con il
sacro. Ma tutte queste realtà se intese come leggibili sono
magnifici bocconcini, ordinarie acquisizioni che non formano affatto
e si trasformano solo in una piccola piccola ma ingombrante
ideologia. Solo in quanto illeggibili queste realtà sono formative.
Insomma, detto in due parole: è la perdita che forma la scrittura
poetica, non è mai l’acquisizione». Cesare Viviani, forse il più
radicale «amico dell’invisibile», per dirla con Montale, arriva
anche a compiere una riflessione più generica sulla poesia e la sua
funzione: «È necessario abbandonare l’atto compiuto, la poesia,
lasciarlo a se stesso, senza domandare nulla, senza preoccuparsi,
senza chiedere. Lasciare la poesia scritta in un libro, deporlo sul
bordo di una strada, nella speranza che qualcuno, chi lo sa, lo
raccolga, è una piccola consolazione da concedere al poeta. Ma sia
ben chiaro che solo quando lui sarà lontano, molto lontano, il libro
potrà essere raccolto e letto: e potrà nascere un grande dialogo».
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Quando la storia della buonanotte è un best seller: Raccontami
qualcosa di bello prima di fare la nanna di Joyce Dunbar
Joyce
Dumbar è autrice di circa settanta libri per bambini, tradotti in
molte lingue, tra cui il bestseller Tell me something happy
before I go to sleep illustrato da Debi Gliori: Interlinea lo
pubblica con il titolo
Raccontami qualcosa di bello prima di
fare la nanna
e la traduzione di Barbara Bianchi.
Un albo adatto ai bambini dai due anni in su che ha come
protagonista una simpatica leprottina di nome Matilde: una bella
storia della buonanotte per i più piccoli.
«Matilde non riesce a dormire perché
ha paura di fare brutti sogni. “Pensa a qualcosa di bello”, le
suggerisce il suo fratellone Tommaso. Ma Matilde da sola non ce la
fa e gli chiede di aiutarla. Insieme a lui pensa a tutte le belle
cose che la aspettano al mattino quando si sveglia… Da due delle
migliori autrici per l’infanzia una storia da leggere e rileggere ad
alta voce prima di fare la nanna».
Un brano del libro:
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Matilde aveva
sonno così andò a nanna.
Andò a letto col suo cuscino, lo rigirò da una parte, poi
dall’altra... ma non riusciva ad addormentarsi.
«Tommy» chiamò Matilde.
«Ci sei?»
«Sì» rispose Tommaso.
«Sono qui».
«Non riesco a dormire» disse Matilde.
«Perché non riesci a dormire, Tilly?»
«Ho paura di fare un brutto sogno».
«Pensa a qualcosa di bello e vedrai che non farai brutti sogni».
Così Matilde cercò di pensare a qualcosa di bello, ma non ci
riusciva.
«Tommy» chiamò Matilde. «Sei ancora lì?»
«Sì, sono ancora qui».
«A quali cose belle posso pensare?» domandò Matilde.
«Oh, a un sacco di cose».
«Dai, Tommy. Raccontami qualcosa di bello prima di fare la nanna».
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Anna
Vivarelli, autrice delle "Rane", premio Andersen 2010 come miglior
scrittrice dell'anno
Quest’anno
il Premio Andersen è stato assegnato ad Anna Vivarelli con la seguente
motivazione: «Per una produzione
narrativa dai risultati quanto mai convincenti e qualificati. Per essere
una delle firme più interessanti degli ultimi anni, dimostrando di
sapersi efficacemente e brillantemente confrontare con temi e moduli
narrativi diversi». L’autrice è da tempo presente tra le “Rane” con
diversi titoli:
Piccole storie matte,
Storie da mangiare
scritto a quattro mani con Guido
Quarzo e
Uomo nero, verde e blu.
«Era
una finestra molto presuntuosa. prima di tutto perché era di un bel
legno scuro molto robusto. Poi perché aveva sui vetri delle belle
tendine con il pizzo. E infine perché aveva una maniglia così lucida che
sembrava di cristallo. "Sono veramente bella" si diceva continuamente.
"Anzi, forse sono la più bella finestra della città. Perché dico forse?
Sicuramente!"»
«Candido
Fiordilatte faceva il pasticciere in una bottega vicino al porto.
Forse quello non era il suo vero nome, ma certamente gli calzava a
pennello, perché Candido Fiordilatte aveva i capelli bianchi, la
faccia tonda e la pelle candida e liscia. Come una meringa alla
panna [...]. Su tanti piccoli ripiani di vetro Candido Fiordilatte
sistemava ogni giorno le sue torte fresche come fiori e i suoi
biscotti croccanti: uno spettacolo».
«Il
cortile era quello della casa di Lalò. Era il cortile dove si
trovavano a giocare quasi ogni giorno. Però quella volta Lalò non
c’era. Anzi, erano molti giorni che Lalò non c’era. Avevano provato
a suonare il campanello, ma al citofono non rispondeva nessuno. Le
finestre erano chiuse, nessuno che uscisse sul balcone. Dov’era
finito Lalò? Pepe e Calì stavano seduti sotto la betulla, unico
albero del cortile, e osservavano l’azzurro sbiadito e scrostato
delle saracinesche dei garage. Sulla sedia che la portinaia lasciava
sempre fuori dormiva il gatto. Lalò era bravo a inventare storie.
Ora, senza di lui, quel gioco sembrava davvero molto più difficile.
"Comincia tu" disse Calì. "Perché io?" gli rispose Pepe. "Perché tu
sei più vecchio". "Ma solo di una settimana!" "Però sei più
vecchio". E allora Pepe cominciò».
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