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Letture sotto l'albero: 1 (Robert Louis Stevenson)
Stevenson: una scelta pericolosa del regalo di Natale
"Uno specchio" disse con voce fioca; quindi fece una pausa e ripeté più distintamente: "Uno specchio? Per Natale? Assolutamente no!"
"E perché no?" esclamò il negoziante. "Perché non uno specchio?"
Markheim lo osservava con un'espressione indefinibile. "Mi domanda perché no?" fece. "Ma come, guardi qui... guardi dentro... si guardi! Le piace quel che vede? No! E... non piace a nessuno".
L'ometto aveva fatto un balzo indietro quando Markheim così di botto gli aveva messo davanti lo specchio; ma ora, intuendo che non era il caso di aspettarsi il peggio, sogghignò. "La natura, signore, deve essere stata ben poco generosa con la sua futura sposa" disse.
"Io le chiedo" fece Markheim "un regalo di Natale e lei mi dà questa... questa dannata memoria degli anni, dei peccati e delle follie... questa coscienza da toilette! L'ha fatto intenzionalmente? Aveva un piano? Me lo dica. È meglio per lei se me lo dice. Avanti, mi parli di lei. Avanzo un'ipotesi, allora, che lei sia segretamente un uomo molto generoso?"
Il negoziante osservò attentamente il suo compagno. Era molto strano, non sembrava che Markheim stesse ridendo; sul suo volto c'era come un impaziente barlume di speranza, ma nessuna traccia di allegria.
"Dove vuole arrivare?" domandò il negoziante.
"Non generoso?" ribatté l'altro cupo. "Non generoso, non devoto, non scrupoloso; poco affettuoso, non amato; una mano per far soldi, una cassaforte per custodirli. Tutto qui? Dio mio, amico, è tutto qui?"
"Glielo dico io che cos'è" prese a dire il negoziante in tono un po' brusco e poi soffocò nuovamente una risata. "Ma vedo che si tratta di una vera storia d'amore e che ha già brindato alla salute della signora".
"Ah!" esclamò Markheim, stranamente incuriosito. "Ah, è stato innamorato? Mi racconti".
"Io" esplose il negoziante "io innamorato! Non ne ho mai avuto il tempo e tantomeno ho il tempo oggi per tutte queste sciocchezze. Le interessa lo specchio?"
"Che fretta c'è?" rispose Markheim. "È molto piacevole stare qui a chiacchierare e la vita e così breve e precaria che non vorrei perdermi alcun piacere... nemmeno un piacere da poco come questo. Faremmo meglio invece ad aggrapparci, aggrapparci al poco che abbiamo, come un uomo sull'orlo di un burrone. Ogni secondo è un burrone, se ci pensa bene, un burrone alto un miglio, alto quanto basta, se vi precipitiamo, per cancellare in noi ogni traccia di umanità. Quindi è meglio chiacchierare piacevolmente. Parliamo di noi stessi, l'uno all'altro: perché indossare questa maschera? Confidiamoci. Chi lo sa, potremmo diventare amici".
"Ho solo questo da dirle" fece il negoziante. "O compra qualcosa o esce dal mio negozio!"
"Giusto, giusto" ribatté Markheim. "Basta con queste idiozie. Passiamo agli affari. Mi mostri qualcos'altro".


Potete leggere tutta la storia in Markheim di Robert Louis Stevenson (pp. 40, lire 10 000, euro 5,16).
 

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Letture sotto l'albero: 2 (Madre Cànopi)
Quei piedini nudi nei Natali dell'infanzia
 

In casa nostra non si faceva né albero, né presepe. Per me e per i miei fratellini c'era solo il Bambino della chiesa parrocchiale che a mezzanotte veniva messo nel presepe e che al termine della messa il parroco porgeva al bacio dei fedeli.
Momento emozionante! Ci si credeva davvero, e tutti ne eravamo "presi", anche i grandi: lo si sentiva. Questi andavano pure alla balaustra per ricevere l'Eucaristia, ma noi piccoli aspettavamo di poterci sollevare in punta di piedi - o di essere sollevati da qualcuno - per baciare i piedini di Gesù Bambino.
I piedini nudi. Ecco su che cosa si polarizzava la mia attenzione. Quei piedini li sentivo vivi, infreddoliti... Ne provavo insieme struggente tenerezza e pena sapendo che un giorno sarebbero anche stati inchiodati alla croce. Perciò nel tornare a casa l'affondare i miei piedi nella neve, e il sentirli pungere fino allo spasimo per il gelo era un modo normale di provare quello che soffriva Gesù. Tale esperienza faceva parte della gioia natalizia, una gioia che sbocciava nel cuore dell'inverno ed era così povera da avere i piedini nudi...
Natale 1940. Da sei mesi era scoppiata la seconda guerra mondiale. "Verrà ugualmente il Bambino?" ci si domandava. Non certo a portare doni - dicevano la mamma e la maestra - ma a portare pace e consolazione...
Da circa sei mesi era nato anche l'ultimo fratellino, l'ottavo! Non eravamo andati alla messa di mezzanotte, ma a quella del giorno di Natale, la "messa grande". C'erano meno uomini perché molti erano già partiti per la guerra. Mi sembrava strano cantare - come sempre - la bontà, la pace e la gioia del Natale sapendo che intanto c'era la guerra e gli uomini si odiavano e si uccidevano a vicenda... Ormai ero già anch'io tra coloro che potevano fare la santa comunione; ma aspettavo tuttavia ancora con tanta emozione anche il momento del bacio al Bambino. Quando venne il mio turno mi sembrò che il piedino di Gesù scivolasse via da sotto le mie labbra senza darmi il tempo di imprimervi il bacio (forse il parroco era stato più sollecito...); ne rimasi un po' delusa...

Questo ricordo continua, con altre pagine di memorie e con poesie, in Piedini nudi di Anna Maria Cànopi (pp. 56, lire 10 000, euro 5,16), con presentazione di Gianfranco Ravasi.
 

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Letture sotto l'albero: 3 (Gianni Rodari)
Rodari: se un telecomando accende la fantasia
 

La voce proveniva da un ometto sbucato da uno stretto e basso botteghino senza vetrina. Chi sa da quanto tempo mi ero fermato in quel punto, dopo ore d'inutile vagabondaggio, chi sa da quanto mi studiava lo strano omuncolo sorridendo dietro i suoi occhialoni, l'unico oggetto grande di una faccina in cui tutto era piccolo: gli occhi, il naso, la bocca, i baffetti, il pizzetto nero sul mento.
"Ma lei vende giocattoli?" domandai sospettoso.
"Forse", rispose l'ometto. "Se qualcuno li compra, io li vendo".
"Mi faccia un po' vedere".
Entrai nel bugigattolo, nel quale c'era posto solo per due sgabelli di legno e per uno scaffale su cui erano disposte quattro o cinque minuscole scatole.
"Scusi", dissi, "ma non vedo giocattoli".
"Ora li vedrà".
L'omino aprì una delle scatolette e ne trasse un apparecchio che a prima vista mi sembrò un normale telecomando per manovrare a distanza il televisore, con i pulsanti per accendere e spegnere, cambiare i canali, variare il volume, regolare il colore.
"Quest'affare sta già in tutte le case", borbottai scontento, "non penserà mica che per un bambino possa rappresentare una sorpresa?"
"Lei crede?" sorrise l'ometto. "Schiacci un po' uno di questi pulsanti. Il numero dodici, per esempio".
Nello stesso istante in cui, tanto per provare, premevo il bottone indicato, mi parve di avvertire nel sorriso del negoziante qualcosa di poco rassicurante... Ma ormai...
... Ma ormai l'ometto, la botteguccia, quell'angolo di Roma, tutto ciò che mi stava intorno era scomparso. Mi trovavo ancora seduto, ma non più su uno sgabello di legno, bensì su una sedia a sdraio e la sedia era collocata sul ponte più alto di un bianco battello, e il battello scivolava in mezzo ad un fiume largo e solenne, tra due rive boscose.
"Che il Tevere sia diventato navigabile?" mi domandai. Ma subito afferrai l'insensatezza della domanda. Sulle rive del Tevere ci sono cupole e palazzi, non boschi. Un marinaio veniva nella mia direzione reggendo un vassoio su cui torreggiava una bottiglia d'acqua minerale accanto a un bicchiere.
"Siete sicuro, cittadino, di non volere anche cento grammi di vodka?" mi chiese il marinaio, posando il vassoio su un tavolino.
"No, grazie, non bevo mai alcolici, di nessun tipo", risposi.
E solo dopo aver risposto mi resi conto che il marinaio mi aveva rivolto la parola in russo, che in russo avevo parlato anch'io e che sulla bottiglia spiccava l'etichetta di una famosa acqua minerale sovietica. Del resto il tavolino laccato e dipinto su cui era posato il vassoio, e lo stesso vassoio nero a grandi fiori colorati, erano di quei piccoli gioielli dell'artigianato russo che si comprano adesso anche a Roma, nei grandi magazzini.
Dov'ero piombato, in nome del cielo e della terra?

La storia prosegue in Un giocattolo per Natale di Gianni Rodari (pp. 32, lire 9600, euro 5) con illustrazioni di Mauro Maulini.
 

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Letture sotto l'albero: 4 (Dino Garrone)
 

C'è nella mia vita una sola festa capace di turbarmi col ricordo. Mi trovavo in una stanza di albergo. E d'improvviso uno scampanio immenso mi colse alle spalle, come se tutta la città giubilasse per l'abbandono definitivo di un esercito di invasori.
Il cameriere mi disse ch'era la notte di Natale, e non credeva che me ne fossi scordato. Mi precipitai nella strada. Di botto le cose presero davanti ai miei occhi un'aria particolare, totalmente staccata dalla loro usualità quotidiana, come già mi erano apparse in una notte di adolescenza: quando tutti erano alzati perché c'era nel cielo la cometa, ed era corsa la voce che quello fosse l'ultimo giorno del mondo.
C'era per le strade molta neve, e nessun bianco fu poi per me più natalizio di quello. Le campane aprivano il buio a soffi, le case erano pronte per essere ritagliate dal foglio del cielo, e incollate sul fondo di un presepio, con due o tre stelle sul tetto. Crocchi di gente vociavano; camminando con andature, pesanti e briose a un tempo, nelle quali si capiva una mèta precisa: pastori.
Entrai in una chiesa quasi senza accorgermene, come se sboccassi nella piazza illuminata di un rione in festa...

Continua in Una notte di Natale di Dino Garrone, a cura di Rosa Dimichino (pp. 48, lire 10 000, euro 5,16).

   
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