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Cicala: salvare i "sommersi"

Intervista di Roberto Carnero a Roberto Cicala, editore di Interlinea nel decennale di fondazione

Pubblicata in "Letture", n. 595, marzo 2003; dal sito www.stpauls.it/letture

Pubblicare ciò che i grandi editori vogliono dimenticare: è questo il target con cui è nata "Interlinea".
Il quarantenne Roberto Cicala dieci anni fa ha fondato Interlinea nella sua Novara. Laureato in lettere alla Cattolica, si è occupato in particolare del poeta Rebora, curando filologicamente testi, saggi e, recentissima, una ricca bibliografia reboriana presso Olschki.

Quando e come è nata Interlinea? E perché questo nome?
«Dieci anni fa, davanti a una birra, dissi a un amico, Carlo Robiglio: perché non proviamo a pubblicare dei bei libri che i grandi editori vogliono dimenticare? Insomma, ci ha guidato il desiderio di far leggere ad altri le pagine meno celebri che ci hanno comunque dato emozioni e valori. Trovare uno spazio nell’interlinea lasciata bianca dall’editoria delle alte tirature».

Qual è la sua peculiarità nel panorama dei piccoli editori italiani?
«Forse dovrebbero dirlo altri. I nostri lettori stanno comunque dando fiducia a un progetto editoriale dove emergono la critica letteraria (Dionisotti, Maria Corti, Mengaldo...) e la scoperta di inediti di autori italiani del Novecento, anche di poesia. Tra le peculiarità metto anche l’unica collana letteraria dedicata al Natale, la rivista Autografo del Fondo Manoscritti di Pavia, i testi tra letteratura e spiritualità (da Hesse a Turoldo, senza facili buonismi) e con il nome di "Rane" uno spazio per l’infanzia. Ma anche storia, arte e tradizioni: è appena uscito un grande volume illustrato di Sebastiano Vassalli, Il mio Piemonte».

Quali sono le difficoltà quotidiane?
«I problemi tipici del piccolo editore, quando non ci sono capitali alle spalle: lavorare con i soldi prestati dalle banche; non essere visibili tramite la distribuzione; districarsi tra le carte della burocrazia e quelle di autori in cerca di editore che scrivono molto e leggono poco».

Quali sono le doti di un buon editore, piccolo o grande che sia?
«La regola aurea è l’equilibrio tra rigore nella gestione economica e coerenza nella qualità culturale delle scelte; occorre leggere e ascoltare molto, frequentare librerie e biblioteche, non disdegnare l’eclettismo senza farsi prendere da quell’autostima che pure spesso può compensare la molto bassa remunerazione di chi fa questo mestiere».

Insegna in università: cosa si sentirebbe di consigliare a un giovane che voglia lavorare in editoria?
«Insegno ai giovani le basi dell’editoria applicata a testi letterari: manca molto una formazione propedeutica alla professione, per la quale occorre passione per la scrittura, conoscenza della propria lingua, non senza l’uso del computer».

Quali novità si annunciano nei prossimi mesi come uscite di Interlinea?
«Oltre alla terza edizione di un’antologia fortunata sulla poesia del Novecento, Il canto strozzato, e al già citato Vassalli, stiamo preparando una raccolta di saggi inediti e rari di Amelia Rosselli, sonetti di Shakespeare tradotti da Giovanni Giudici, una raccolta di 80 poeti contemporanei, presentati da Jaccottet per festeggiare gli ottant’anni di Luciano Erba, e un Emanuele Luzzati in viaggio con i re magi…».

Si è mai pentito della scelta di fare l’editore?
«I momenti di stanchezza, stress e scoramento capitano a tutti, però per far tornare la luce basta un incontro, un bel libro riuscito, un inedito trovato, una scolaresca entusiasta per un racconto pubblicato da noi. E in questo un editore deve molto agli autori, ai collaboratori più stretti».

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