Faraj Bayrakdar
Specchi dell’assenza
traduzione e cura di Elena Chiti

Interlinea, pp. 120, euro 12
collana “Lyra”, 68
isbn 978-88-6857-153-5

 

«La scrittura in carcere è stata un atto di resistenza» dichiara Faraj Bayrakdar, il poeta siriano che è stato arrestato più volte dal regime di Hafez Assad subendo il completo isolamento dal 1987 al 1993, senza carta né inchiostro per scrivere. In questa raccolta immagina specchi che «potevano / essere acqua pura / puro silenzio / o almeno puro pianto» ma le circostanze li hanno trasformati in «pietra / e il tintinnio del tempo e del luogo / aveva una macchia che somiglia a sangue». Eppure, anche nell’assenza dal mondo e nella crudezza della detenzione, il poeta pensa che «un uccello / basta / perché non cada il cielo». Con la stessa fede incrollabile nell’uomo e nella parola, Bayrakdar, rilasciato nel 2000 e residente in Svezia dal 2005, continua a scrivere e a lottare contro il regime degli Assad, per una Siria libera e democratica. Come scrive lui stesso nel 2015, in uno degli inediti che chiudono questo libro, «il suo senso di giustizia / gli dà un senso di forza / così non s’interroga mai / sul grado di debolezza / che affligge / il dittatore».

 L'AUTORE

Nato nel 1951 in Siria, Faraj Bayrakdar ha iniziato a scrivere poesia a dodici anni e a pubblicarla a sedici. Ha studiato letteratura araba classica e moderna all’Università di Damasco, fondando con altri studenti una rivista culturale ostile al regime di Hafez Assad. Questo gli è valso, nel 1978, l’arresto da parte dei servizi segreti dell’aeronautica militare e una detenzione di alcuni mesi. Il giorno dopo il rilascio è stato arrestato di nuovo, stavolta dai servizi di sicurezza interna, con l’accusa di affiliazione a un partito di opposizione. Di nuovo è stato rilasciato, come dice lui stesso, «dopo qualche mese e qualche seduta di tortura». Arrestato una terza volta nel 1987, come membro del Partito comunista laburista siriano, è rimasto in carcere per quattordici anni. È stato liberato soltanto nel 2000, grazie alla pressione internazionale esercitata sul regime siriano. La sua vena poetica non si è spenta in carcere. Nemmeno dal 1987 al 1993, quando ha vissuto completamente tagliato fuori dal mondo: senza radio, senza visite, senza carta né inchiostro. A quel periodo risale infatti la raccolta poetica Il Luogo stretto (trad. Elena Chiti, Nottetempo, Milano 2016), a cui fa seguito Specchi dell’assenza. Sette sono, in tutto, le raccolte che ha scritto in carcere. Attualmente residente in Svezia, Faraj Bayrakdar continua a scrivere e a lottare per i diritti dei siriani. Nel 2017 è stato insignito del premio alla carriera del Festival internazionale di poesia civile di Vercelli. .

 

UN BRANO DEL LIBRO 
«Ma le circostanze
erano di pietra
e il tintinnio del tempo e del luogo
aveva una macchia che somiglia a sangue»

 

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