Emilio Jona
INVERNI ALTI

Presentazione di Giusepe Zaccaria
pp.150 euro 12
Isbn 88-8212-523-8

«Con i tempi che corrono più nessuno costruisce case, c’è pericolo di vederle il giorno dopo sbriciolate dalle bombe, e mio padre che è muratore è rimasto senza lavoro». Così si apre questo testo che ci offre una delle rappresentazioni più limpide e pure della letteratura resistenziale. Ma si tratta di una Resistenza solo accennata, che è tutta nella solidarietà degli uomini e delle cose, prima che l’umanità e la natura vengano sconvolte e oltraggiate dal salire sui monti della violenza nazifascista. «Un’opera “neorealistica” che evita in gran parte le secche del Neorealismo», e di «di un romanzo della Resistenza in cui di fatto la Resistenza non c’è. O meglio: la Resistenza è quella della gente comune, che offre ospitalità a chi ne ha bisogno e contrappone, all’odio e alla violenza, la sua antica dignità, la sua tenace moralità.»

  
AUTORE

Emilio Jona, biellese, è  poeta (la sua ultima raccolta di versi, La cattura dello splendore, del 1998, è giunta in finale al premio Viareggio), studioso di canto popolare e significativo esponente  del gruppo dei Cantacronache, che lo vide compagno di Michele L. Straniero, Sergio Liberovici e Fausto Amodei. Più defilata è la sua attività di narratore, che pure ha all’attivo due bei volumi, Un posticino morale e L’aringa e altri racconti, pubblicati entrambi da Scheiwiller nel 1982 e nel 1993. Ignoto o di fatto dimenticato rimaneva questo romanzo, Inverni alti, scritto nel 1951-52 quando l’autore aveva appena venticinque anni, ma pubblicato solo nel 1959 da un piccolo editore padovano, Amicucci.

LEGGI UN BRANO DEL LIBRO
Ogni notte si finisce in rifugio, si ascoltano quei sibili lunghi per il cielo e non si sa mai a chi tocca. La mattina ci si risveglia coi nervi rotti, il sonno e la stanchezza sempre sugli occhi e quando si esce si cammina sui vetri, si vedono i fumi degli incendi, i monconi neri delle travi, le case sventrate, e soldati che scavano febbrilmente alla ricerca dei morti.
Eppure noi ragazzi non abbiamo paura, giochiamo bene ora che i grandi hanno altro da pensare, lasciamo i rifugi quando ancora gli aerei ronzano, la contraerea spara e corriamo sui vetri inseguiti dagli agenti dell’Unpa. Ma un mattino mio padre dice: «Andiamo a Riofreddo, c’è la casa, un poco di terra. E poi la guerra non durerà eterna. Quando sarà finita bisognerà pur ricostruire tutto quanto è stato distrutto. Avrò lavoro per vent’anni!»

 

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