Alda Merini
Più della poesia
Due conversazioni con Paolo Taggi
pp. 78,
18, isbn 978-88-8212-737-4

Alda Merini, a un anno dalla morte, in un libro-verità scritto con chi l’ha portata la prima volta in tv, Paolo Taggi: «Era prima di molte cose. Del suo infinito successo mediale, prima di tutto. La televisione non era ancora diventata il confessionale riconosciuto di segreti coltivati fino al momento di rivelarli, il capolinea delle storie vissute per poterle raccontare». La poetessa dei Navigli si racconta in due momenti della propria «vita più bella della poesia»: «la poesia è un paio di scarpette rosse. Spesso si balla sulle braci, Sul fuoco. È così. È una condanna». Un libro-testamento per ascoltare la voce della Merini al di là delle apparizioni e dell’immagine inflazionata: «anch’io sono vittima del mio stesso mistero».
 

L'AUTRICE

Alda Merini, nata nel 1931 a Milano, esordisce appena quindicenne con la raccolta La presenza di Orfeo curata dall'editore Schwarz. E mentre già attira l'attenzione della critica, incontra difficoltà nel mondo della scuola anche a causa della malattia mentale che nel 1947 la porta al ricovero. Nel periodo che va dal 1950 al 1953 frequenta per lavoro e per amicizia Salvatore Quasimodo. Prima nel 1979 e poi nel 1986 prova l'esperienza del manicomio di Taranto, da cui nascono testi di intensa e sconvolgente drammaticità (il dolore l'aiuta a scandagliare l'animo umano); da lì a poco nasce il suo primo libro in prosa, L'Altra verità. Diario di una diversa, cui seguono altri successi. Tra i libri di poesia, Vuoto d’amore. Muore il 1° novembre 2009 a causa di un tumore osseo al San Paolo di Milano.

UN BRANO DEL LIBRO

C’è il sole, sui Navigli, anche se è un giorno d’inverno. Gli sguardi delle persone la sfiorano. Si vede che la conoscono, ma non ancora come la poetessa famosa. Piuttosto come la vicina di casa originale e strana, che vorrebbero poter dire di conoscere un po’ di più. O vederla dissolvere. E dimenticare. Il fatto che qualcuno la stia riprendendo le dà coraggio nell’affrontare i loro occhi apparentemente distratti.
«Il paradiso del poeta è la sua poesia, è il suo sogno, è il suo spazio in cui vive. È il suo delirio amoroso. In fondo, è il suo grande amore. Ogni poeta ha il suo paradiso. È quando vogliono toglierglielo e costringerlo a vivere la vita normale che il poeta diventa un’anima dannata e insoddisfatto. Credo che sia così».
Ma la felicità cos’è?
«La pace, la coerenza, l’armonia».
Un libro-testamento per ascoltare la Merini al di là delle apparizioni e dell’immagine solita per capire quello che lei stessa affermava: «In fondo anch’io sono la vittima del mio stesso mistero».

Se qualcuno cercasse di capire il tuo sguardo
Poeta difenditi con ferocia
il tuo sguardo son cento sguardi che ahimè ti hanno
guardato tremando

                                                               (da Vuoto d’amore, Einaudi, Torino 1991)
 

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