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Giovanni Tesio
I più amati.
Perché
leggerli? Come leggerli?
Interlinea,
pp. 136, € 14
Collana "Alia", 42
Isbn 978-88-8212-831-9
Un’opera in difesa dei libri, della lettura, della letteratura, della
poesia. Con un ricca proposta di citazioni sul tema. «Senza voler
istituire ridicole affinità, ho provato quel piacere della lettura di
cui parla Proust in un testo, Journées de lecture, che sta alle
origini della Recherche. Certo non posso paragonare il buon
décor proustiano al mio, che era tanto più rustico e tanto meno
agiato, ma capisco bene quando parla delle “incantevoli letture
dell’infanzia, il cui ricordo deve restare per ciascuno di noi una
benedizione”. E che all’infanzia abbia per conto mio accostato anche un
po’ di adolescenza non cambia di fatto la memoria che conservo della mia
lontana esperienza di lettore» (dalla premessa).
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L'AUTORE
Giovanni Tesio è ordinario di
letteratura italiana all’Università del Piemonte Orientale “A.
Avogadro”, sede di Vercelli. Ha pubblicato alcuni volumi di saggi
(l’ultimo, Novecento in prosa, nel 2011), antologie, monografie,
curato testi, tra cui la scelta dall’epistolario editoriale di Italo
Calvino, I libri degli altri (Einaudi). Da più di trent’anni
collabora a “La Stampa” e a “Tuttolibri”. È condirettore della collana
“Biblioteca del Piemonte Orientale” e della rivista “Letteratura e
dialetti”. Per Interlinea ha curato di recente
l’autobiografia-intervista di Sebastiano Vassalli Un nulla pieno di
storie.
UN BRANO
DEL LIBRO
Gli scrittori sono in aumento
vistoso. I dati parlano di 60 000 novità all’anno e di 160 libri che
vengono sfornati ogni giorno. Tanto che Filippo La Porta ha recentemente
invocato: Meno letteratura, per favore! e Franco Brevini (La letteratura
degli italiani) si è domandato perché «molti la celebrano e pochi la
amano». Va subito detto che l’invocazione di La Porta è antifrastica,
perché in realtà è una strenua difesa della letteratura: della
letteratura pronta ad aprirsi, a ibridarsi, a incontrare la rugosità e i
travagli della vita. Potrei dire una letteratura capace non di orgoglio
ma di umiltà (come predicava Noventa). Nessun compiacimento di
classicismi selettivi (lo smeriglio neoclassicistico contro cui si
scagliava Pavese). Ma invece la grana dell’unità (linguistica)
incompiuta, a cui la letteratura ha ancora molto da dare. Tutt’e due i
libri – quello di La Porta e quello di Brevini – sono buoni libri,
fervidi di passione e insieme di distanza critica. Ma – ciò che conta
ancora di più – intrisi di speranza. Se il nemico più formidabile, per
tutt’e due i critici, è la fuga dalla realtà, diventa dunque facile il
rovescio: «più letteratura, per favore!» Proprio perché la letteratura
diventi «la letteratura degli italiani» che non è stata mai.
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