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Risorgimento
inedito e picaresco «Lo hanno tradito, dimezzato, imbalsamato con la retorica, e infangato, dimenticato. Resta il fatto che quelli del Risorgimento "non furono anni tristi, men che mai noiosi; anzi non ci sono nella nostra storia episodi più eroicamente festosi, concitati, coloriti, persino un poco matti, di quelli che vedremo tra poco: lo sciopero del fumo, la conquista di Porta Tosa, l'incontro di Garibaldi con Carlo Alberto, la beffa di Corleone paiono immaginati da un umorista di acuta fantasia. E proprio la fantasia giovò molto a vincere parecchie di quelle battaglie, specialmente quando furono battaglie popolari e popolane"». Così descrive questo periodo storico Massimo Novelli attraverso le parole di Luciano Bianciardi da Grosseto per evidenziarne la bellezza e il carattere rivoluzionario: Interlinea intende così celebrare il centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia con una serie di nuove pubblicazioni e interessanti riproposte.
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La rivoluzione divampò ad Alessandria nella notte fra il 9 e il 10 marzo del 1821. Agli ordini del conte Isidoro Palma di Borgofranco e del tenente Giuseppe Garelli, i militari insorti, che appartenevano alla società segreta dei Federati, spalancarono i cancelli e i portoni della Cittadella per lasciare entrare i reparti degli altri congiurati, tra cui spiccavano quelli comandati da Luigi Baronis e dal conte Carlo Bianco di Saint Jorioz. Non c’è da stupirsi per i bei nomi dell’aristocrazia del vecchio Piemonte coinvolti nell’insorgenza. Anche se quella scoppiata nella città-fortezza, adagiata lungo la pianura fra i corsi del Tanaro e della Bormida, fu una rivoluzione di militari e di borghesi, d’avvocati, di medici, di studenti, d’impresari di strade e persino d’orefici, nel resto del Piemonte, a Torino, pullulavano i conti e i baroni, in qualche caso anche i principi e i marchesi. Giovani gentiluomini, in massima parte, fior fiore della nobiltà sabauda, quasi tutti ufficiali e affiliati alle varie sette carbonare, che non ne potevano letteralmente più di Vittorio Emanuele I e dei suoi ministri parrucconi. Rimesso sul trono dopo la caduta di Napoleone, il re di Sardegna, che temeva le innovazioni come il timorato di Dio teme il diavolo, si era affrettato, al rientro a Torino, nel 1814, a far piazza pulita di quanto di buono Bonaparte aveva fatto, cassando i suoi codici e le altre sue innovazioni in campo amministrativo ed economico. Aveva perciò ripristinato le antiche leggi e le anacronistiche consuetudini regie, risalenti ai tempi beati di Vittorio Amedeo II, ridando da buon bigotto il controllo dell’istruzione al clero e bollando come sovversive persino le timide aperture nelle barriere doganali. Gli ebrei e i valdesi vennero nuovamente discriminati. Nel furore passatista si pensò addirittura di far abbattere un ponte sul Po, a Torino, perché era stato costruito durante il periodo napoleonico. Fortunatamente il re suggerì che, dopotutto, era solamente un ponte, e che serviva, innocente, alla bisogna: con disprezzo divertito, disse che avrebbe calpestato ciò che i francesi avevano fatto.
Nel 1860 lasciai a 17 anni gli studi per arruolarmi Volontario con Garibaldi. Allorché giunse a Lodi la notizia che i Mille erano sbarcati a Marsala, venne chiuso il Liceo e sul finire di Giugno, in numero di 200 fra studenti e cittadini partimmo per Milano condotti da due valorosi garibaldini, avvocato Scotti e Dottor Cingia, già ufficiali dei Cacciatori delle Alpi nel 1859 con Garibaldi. […] Ancorato il battello nel porto, fummo accolti da Garibaldi raggiante di gioia, accompagnato dai suoi generali Medici – Bixio – Cosenz – Thürr e Sirtori che erano venuti su d’una barca a dare il benvenuto alla 2a Spedizione. Al saluto del Gran Duce, dai nostri petti scoppiarono altissime grida di Viva Garibaldi, evviva cui fecero eco i Mille, insieme al popolo tutto, che ci attendeva alla banchina per abbracciarci e per avere notizie del continente.
Sette furono i novaresi che seguirono Garibaldi nella sua impresa più famosa, la spedizione dei Mille. [...] Sette eroi di cui oggi si è persa la memoria, quasi del tutto. Sette uomini. Sette storie diverse ma un solo ideale per tutti: così grande da dovercisi giocare la carriera e la vita, e così lontano dal nostro presente di italiani che si ricordano di avere una patria più o meno ogni quattro anni, in occasione dei campionati mondiali di calcio. Ma gli ideali non si misurano con i tempi, perché cambiano nel tempo. Chi li ha, li avrebbe comunque. È difficile dire cosa farebbero questi sette novaresi della spedizione dei Mille se vivessero oggi. Forse si dedicherebbero a qualche opera di volontariato; forse andrebbero in Africa o in Asia, nelle zone più travagliate del pianeta, con qualcuna delle organizzazioni che si sforzano di aiutare e di soccorrere i disgraziati delle terra. Cercherebbero comunque di cambiare il mondo (tratto dal testo introduttivo Sette novaresi con Garibaldi per cambiare il mondo di Sebastiano Vassalli).
Che cos’hanno in comune un
bersagliere piemontese e un picciotto siciliano? L’Italia è soltanto
un’espressione geografica? O possiamo attribuire agli Italiani, con
qualche fondamento, un’identità nazionale? E in ogni caso: perché al
Risorgimento d’Italia si volle dare una soluzione unitaria? Non
bastavano la libertà e l’indipendenza? E perché si pretese a tutti i
costi Roma capitale? L’autore di questo libro ha cercato le risposte
direttamente nei testi dei letterati che hanno accompagnato il processo
risorgimentale fissandone la tavola dei valori, senza disdegnare,
all’occorrenza, di assumere un ruolo di primo piano sul palcoscenico
della storia, come padri della Patria o martiri della sua redenzione. |
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