Maria Adele Garavaglia
Il taglio del riso e altri racconti di pianura
presentazione di Sergio Vedovato
e Silvana Ferrara
pp. 84
15 isbn 978-88-8212-647-6

Un doveroso omaggio a un mondo e a un territorio forse meno celebrato di altri, ma non per questo meno interessante. Sono storie di luoghi e di persone, di una civiltà, di una cultura che in queste pagine la penna di Maria Adele Garavaglia descrive con garbo ed efficacia quasi pittorica. La risaia però non è solo un fremito di sentimenti ed emozioni. È stata ed è anche un paesaggio della storia dove generazioni di lavoratori hanno vissuto, faticato e lottato per i propri diritti, dove migliaia di donne hanno lavorato piegate sotto un sole tagliente, dove un popolo intero ha costruito la propria dignità nel sudore e nell’orgoglio. Ora le nostre campagne sono più silenziose, le cascine in parte disabitate poste tra le risaie come baluardo di un passato che si è trasformato. Contro una memoria che incomincia a svanire è necessario ricucirne i fili e l’autrice incomincia quest’opera di ricostruzione delineando i caratteri dei personaggi, figure schive e silenziose ma ricche di quell’umanità che ci fa sperare che la risaia, paesaggio dell’anima di tante generazioni, continui ad essere patrimonio di tutti (Dalla Presentazione di Sergio Vedovato e Silvana Ferrara).

  
UN BRANO DEL LIBRO

D’estate Ernesta andava a spigolare, incurante dell’afa, del sole cocente che le cadeva a picco sulla testa, della luce abbacinante del meriggio. Aspettava che i contadini riposassero all’ombra dei covoni o si concentrassero sul misero pasto, sotto la tettoia dell’aia, per iniziare la paziente opera di ricerca. I campi diventavano, per lei, terreno da saccheggio. Ma Vicens vigilava e un giorno la sorprese.
«Anche il grano mi rubi, eh? Ma guarda che andrai all’inferno!»
«Non vi rubo un bel niente» rispose Ernesta, spaventata davvero dalla minaccia della punizione divina. «Queste spighe le vostre donne le dimenticano e non sono più di nessuno, come il trifoglio, che lasciate marcire!»
«Ah, già, balossa che sei! E gli anitrini, di’ un po’, li hai poi venduti?» la interrogava, squadrandola da sotto la tesa del cappello, mentre sentiva crescergli in animo uno struggimento insolito per quegli occhi bruni sul viso affilato, per quella scriminatura sottile nei capelli arruffati sopra una fronte assennata, da donna. Il lucido azzurro dello sguardo si appannava.
«Sì, alla fiera», ricordava Ernesta sorridendo rassicurata, «e poi ho comperato un porcellino da ingrassare. E ogni primavera è stato così. Sarà così anche quest’anno, sa?»
«Lo venderai a me, per Natale, il tuo maiale?» propose Vicens, cercando di restare serio.
«A voi?» Ernesta, ora, rideva di cuore: «Ma se ne avete tanti, di porcelli, da farci una fiera!»
Poi lo guardò sospettosa e offesa: era ricco, lui, e si prendeva gioco della sua miseria.
«Ma a me piace il tuo!» insisté Vicens. «Allora, qua la mano: quanto vuoi?»
Ernesta continuava a rimuginare, sospettosa, timorosa di essere beffata: «Ma perché proprio il mio?»
«Perché, sì! Allora?»
Ernesta decise di accettare la sfida, traendo, da quella risposta, la confessione che stava annidata. Così, con la schiettezza dei suoi sedici anni ancora da compiere, gli rispose, scappando via, rossa di vergogna: «Niente, voglio! Ve lo porto in dote, quando sarà più grande, quando verrete a chiedermi a mia madre!» e corse nel campo, dove i ragazzi facevano capriole sui covoni.

 
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