Fotografie con brani di Mario Bonfantini dal libro La Valsesia. Arte, natura e civiltà
(in anteprima)


ALAGNA E IL MONTE ROSA
Dalla bella chiesa di Alagna basta risalire per poco più di mezz'ora la strada che costeggia la ormai rapinosa e ribollente corrente del Sesia e porta alla chiesetta di Sant'Antonio e all'antica miniera d'oro, per trovarsi di fronte, nella testata terminale della valle, al maestoso e tremendo spettacolo della nuda natura. Basta iniziare appena la lunga salita del vallone dell'Olen – che è quasi per antonomasia la via dei ghiacciai – rivedendo le antichissime case delle vecchie frazioni per sentire da ogni cosa il richiamo alle supreme altitudini. Come d'altronde nel vallone d'Otro d'una bellezza così tagliente e pura, fra lo smeraldo assoluto dei prati e i grigi profili imperiosi del Corno Bianco, coi suoi piccoli vertiginosi nevai. Il vero nume indigete di Alagna è il Monte Rosa.
Il Monte Rosa si offre senza dubbio come la montagna la più ricca di possibilità d'ogni sorta. Non solo per l'altezza delle più ardue cime che, come è noto, cedono in questo di poco soltanto alle vette del Monte Bianco; ma soprattutto perché, a differenza del Bianco, che si presenta come più smisurato e maestoso bastione ma assai più semplice di struttura, il Monte Rosa rinserra, fra le sue vette supreme, molteplici giogaie, autentiche vallate, passi e colli e altipiani, tutti vicini o addirittura superiori ai quattromila metri: tutto un vasto mondo di nevi e di ghiacci, tra cui affiorano soltanto poche creste rocciose, nel quale è possibile camminare ore su ore, aggirarsi e vivere (con l'aiuto dei suoi rifugi alpini, i più alti d'Europa, le sue famose «capanne») giornate intere, senza avere più alcun legame diretto, neppure attraverso alla vista, con l'altro mondo comune, quello delle vallate sottostanti. Un mondo nel quale le facoltà più naturali e fondamentali dell'esser nostro, la capacità di calcolare la propria resistenza in rapporto ai possibili ostacoli, il senso dell'orientamento, l'abilità di adattarsi a situazioni impreviste e di trovare espedienti atti a superarle: la messa in opera insomma di tutte le sempre preziose ed antiche risorse dell'uomo in lotta contro le cieche forze degli elementi, trova il luogo ideale per manifestarsi; in un'atmosfera e con una mentalità che è ancora un po' quella dell'esploratore artico, o del pioniere.
Fu d'altronde proprio questa sua caratteristica che attirò sul Monte Rosa agli albori della nostra epoca gli scienziati (primo e più celebre fra tutti il De Saussure), e dettò a uno di loro l'asserzione che in nessun altro luogo d'Europa si verificano fenomeni meteorologici e fisiologici più simili a quelli delle regioni polari.
Oggi come è ben noto, sull'orrida crestina rocciosa orlata di neve e di ghiaccio. dove l'intrepido parroco Gnifetti e i suoi valorosi compagni piantarono la loro bandiera, sorge un comodo e sicurissimo rifugio-alberghetto: quella Capanna Margherita che, costruita nel 1890-93, rimane la più alta d'Europa. E il cammino che costò tanto studio, tanto calcolato ardimento e una tal serie di sforzi a quei primi salitori, si può compiere, almeno nella stagione più favorevole e purché il fisico regga alla rarefatta atmosfera di quelle altitudini, con una relativa facilità. E d'una bellezza che – il lettore l'avrà ben capito – ci è ancor più cara per essere stata sinora meno largamente famosa, quasi un po' schiva e segreta. Mentre per contro saremo anche noi felici (poiché tale è la contraddizione insita in ogni cuore umano), se saremo riusciti a suscitare con le nostre parole nel maggior numero di lettori possibile il desiderio di meglio esplorarla e conoscerla, rifacendo per conto proprio il nostro viaggio.

   

         


(
da La Valsesia. Arte, natura e civiltà, di Mario Bonfantini, © Interlinea, www.interlinea.com)


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