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Letture sotto l'albero - 3 (Gianfranco Bettetini)
Un tram senza rotaie: se la vita nasce dai sogni

Vicenza, 25 dicembre 1899: la coincidenza della nascita del suo primo figlio, Luigi, proprio il giorno di Natale, suscitò in Carlo Bacellati le previsioni più rosee sull’avvenire del bambino. Nelle serate poco riscaldate di una casa malamente arredata, in quell’inverno nevoso come non ne ricordava altri, ritrovava una certa euforia quando, coccolandolo, lo collocava nel presepe, nella grande grotta di cartapesta, al posto di Gesù Bambino. I suoi pianti leggeri sembravano risvegliare una nuova voglia di vivere e di attendere primavere migliori.
La famiglia, molto povera, dopo quattro anni si trasferì a Milano, perché attirata dalla possibilità di migliorare il proprio tenore di vita. Carlo riuscì a sistemarsi come operaio in una fonderia e la mamma Luisa si affermò come buona sarta nel vicinato della casa a ringhiera nella quale avevano affittato un piccolo appartamento: lavorando giorno e notte a una macchina per cucire azionata da un grande pedale, che si era portata dalla città di provenienza, riusciva a integrare soddisfacentemente lo stipendio non molto elevato del marito. Vennero poi altri due figli, il primo dei quali morì quasi subito dopo la nascita, mentre la femmina, dopo aver sperimentato senza successo molti tipi di impiego, avrebbe finito per invaghirsi di un rappresentante di commercio pugliese, per poi sposarlo nel 1934 e seguirlo a Bari, da dove avrebbe intrattenuto pochissimi rapporti con la famiglia. Il piccolo Luigi si trovò subito a suo agio nella grande città: simpatico, socievole e di bell’aspetto, fece subito molte amicizie nel cortile di casa e anche a scuola, alle elementari, non ebbe mai veri problemi di ambientamento o di rapporto, sia con gli altri scolari sia con la maestra e, negli ultimi anni, con il maestro. Era solo affetto da una lieve zoppia, che non gli creava però alcun problema e che, con il passare degli anni, gli sarebbe stata addirittura di giovamento: al massimo gli procurava qualche battuta scherzosa da parte di alcuni compagni, che si univa ad altri sfottò relativi al suo marcato accento veneto.
Finite le elementari e vista la discreta situazione economica della famiglia, il padre lo iscrisse a quelle che allora si chiamavano scuole “tecniche” o “commerciali”: tre anni che Luigi superò senza grandi sforzi e che lo portarono a essere disponibile per un lavoro già all’età di quattordici anni. Di più la famiglia non poteva fare.
Luigi si adattò così a diversi tipi di occupazione: garzone di un fornaio, assistente in una tipografia, commesso e, alla fine, impiegato di segreteria in una fabbrica di calze. Passarono gli anni della prima guerra mondiale, caratterizzati da grandi disagi: il padre era stato richiamato e inviato al fronte, anche se riuscì a cavarsela con una leggera ferita che gli consentì di anticipare il suo ritorno a casa, e i soldi che Luigi portava in famiglia, per quanto di entità poco rilevante, divennero un sostegno fondamentale per il piccolo gruppo.
C’era però una cosa che più lo attraeva nella metropoli. Si era fissata nella sua immaginazione e nei suoi progetti per il futuro: erano i tram e la rete tranviaria.
Il tipo più diffuso era quello denominato Edison, attivo già dal 1892, che girava per Milano con l’esposizione di cartelli pubblicitari nella sua parte superiore: Ferro-China Bisleri, Tacchi di gomma Astro con crema per calzature, Panettoni Bay, Acqua Giommi.
Li contemplava estasiato; ogni incontro con un tram gli procurava uno stupore sempre nuovo. Quando poteva salirvi, si metteva dietro al manovratore e ne osservava con rispetto e ammirazione tutte le mosse, quasi fossero parte di un rituale magico.
Un giorno, durante la guerra, gli capitò di imbattersi in una vettura trasformata in una carrozza porta-feriti: gli si fermò proprio davanti e, poiché i finestrini erano chiusi, tentò di sbirciarvi dentro. Tentò anche di salirvi, ma il manovratore lo cacciò in malo modo, non impedendogli comunque di notare le barelle e una porta chiusa che dava in uno sgabuzzino posto proprio al centro del tram. Una piccola infermeria? Uno spazio a disposizione per servizi intimi? A casa ne parlò con entusiasmo forse eccessivo, tanto da meritarsi qualche pungente parola di scherno da parte della sorella.
Lui, però, non si accontentava di vederli e di ammmirarli, i tram: voleva sapere tutto della loro storia, della loro tecnica, delle trasformazioni che avevano subito nel tempo.
Divenne amico di alcuni figli di tranvieri, anche se molti di questi erano stati inviati al fronte e spesso sostituiti da donne; venne così a conoscere molte cose, che lo coinvolgevano sempre di più: dai tram usati come barricate contro l’esercito nel 1898 a quelli adibiti al trasporto funebre (per i quali furono costituite due stazioni collegate con il cimitero di Musocco: l’una nel 1895, in via Bramante, e l’altra nel 1907, a Porta Romana), dal bigliettaio tuttofare della fine del secolo alle origini del carosello in piazza del Duomo, una specie di simbolo della frenesia e del trionfo dell’elettricità che avevano caratterizzato l’inizio del secolo nuovo.
Nonostante il ruolo di “impiegato” gli assegnasse una posizione sociale di rilievo nel suo ambiente, Luigi mirava ad altro: non vedeva l’ora di raggiungere la maggiore età per tentare di essere assunto dall’Azienda Trasporti Municipali di Milano come manovratore, superando la relativa selezione. Intanto si informava sulle caratteristiche tecniche del mezzo, osservava attentamente manovre difficili dei suoi ipotetici futuri colleghi.
Insomma, se lo sentiva nelle mani e nella testa, il suo tram.
La guerra finì. Luigi temeva soltanto che il suo lieve difetto fisico, che lo aveva fatto dichiarare “riformato” alla visita militare, potesse costituire un ostacolo nelle prove che avrebbe dovuto sostenere e, quindi, un handicap insormontabile per la sua assunzione. Invece tutto andò per il meglio, dopo aver consegnato in una grande busta sigillata la domanda di impiego, l’antivigilia del suo, per lui fatidico, ventunesimo compleanno, infradiciandosi tutto sotto la neve mista ad acqua di quel dicembre. Si apettava, dal Natale 1920, una nuova nascita professionale, una nuova vita lanciata lungo le rotaie dei tram milanesi.

Il racconto prosegue in Un tram senza rotaie di Gianfranco Bettetini (pp.96, lire 18 000)
 

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Quando il libro viaggia in rete (www.interlinea.com)
 

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