Bob Dylan. Play a song for me
Testimonianze

con testi di Joan Baez, Stefano Benni, Fabrizio De André, Carlo Feltrinelli, Richard Gere, Allen Ginsberg, Francesco Guccini, Jack Nicholson, Fernanda Pivano, Bruce Springsteen, Patrizia Valduga, Alessandro Carrera
a cura di Giovanni Cerutti

con una nota di Alessandro Carrera
pp. 104,
euro 12, Isbn 978-88-8212-778-7

«Io sono le mie parole» ha scritto Bob Dylan: in occasione dei suoi settant’anni sono qui raccolte le voci di compagni di strada (come Joan Baez, innamorata di «lui e la sua chitarra e le sue splendide, sconnesse, mistiche parole», Allen Ginsberg e Fernanda Pivano) e di chi è cresciuto con le sue canzoni (da Richard Gere a Bruce Springsteen, per il quale è stato «il fratello che non ho mai avuto»). Non mancano cantautori come De André e Guccini («Dylan è le nostre idee di allora, le nostre discussioni di politica e di musica»), con una canzone tradotta da Patrizia Valduga e testi di Stefano Benni e Carlo Feltrinelli, senza dimenticare il rapporto di Dylan con Obama, di cui scrive Carrera: «Hey! Mr. Tambourine man, play a song for me!» con una divertente e semisconosciuta finta lettera scritta dallo stesso Dylan alla madre della Baez, riemersa dai cassetti della folksinger.

 

Bob Dylan, nato con il nome di Robert Allen Zimmerman (Duluth, 24 maggio 1941), cantautore, musicista, poeta, è una delle figure più importanti degli ultimi cinquant'anni in campo musicale. Negli anni sessanta si è posto come figura chiave del movimento di protesta americano, con canzoni come Blowin' in the wind, The times they're a-changin', che sono diventate veri e propri inni dei movimenti pacifisti e per i diritti civili. I testi delle sue canzoni affrontano temi politici, sociali e filosofici e risentono di influenze letterarie, sfidando le convenzioni della musica pop e facendo riferimento alla controcultura.

Leggi la testimonianza di Bruce Springsteen - Link

UN BRANO DEL LIBRO
Guardavo la copertina, con Bob, con quella giacca blu satinata e la maglietta della Triumph. E quando ero un ragazzo, la voce di Bob in qualche modo mi elettrizzava e mi spaventava. Mi faceva sentire una specie di innocente irresponsabile. E così è ancora adesso. Ma raggiungeva e toccava la conoscenza del mondo che poteva avere un ragazzo di quindici anni che andava al liceo nel New Jersey di quel tempo. Dylan era un rivoluzionario; così come Elvis aveva liberato i nostri corpi, Bob liberò le nostre menti. E ci ha mostrato che anche se la musica era un fenomeno essenzialmente fisico, non significava che fosse incompatibile con la dimensione intellettuale. Ha avuto la visione e il talento di espandere la canzone fino a farle contenere il mondo intero (da Bruce Springsteen, Il fratello che non ho mai avuto).
 

INTERVENTO VIDEO
del curatore Giovanni A. Cerutti

 

LINK
www.bobdylan.com

 

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