Massimo Novelli
La cambiale dei Mille
e altre storie del Risorgimento

Interlinea, pp. 320, euro 14, isbn 978-88-8212-767-1
 

«Quelli del Risorgimento non furono anni tristi, men che mai noiosi; anzi non ci sono nella nostra storia episodi più eroicamente festosi, concitati, coloriti, persino un poco matti», dei quali la gran massa degli italici di oggi ben poco conosce. Il Risorgimento è colmo di storie emozionanti, umanissime, commoventi, e di uomini e di donne che sperarono, soffrirono, patirono la galera, combatterono, vissero e, in molti casi, morirono, per la patria, l’indipendenza, la libertà, la giustizia, l’eguaglianza. Di loro si occupa questo libro, che ha lo scopo di far rivivere episodi e personaggi a volte decisivi, a volte apparentemente minori, in taluni casi poco noti oppure venuti alla luce di recente. Tra i protagonisti il rivoluzionario conte Carlo Bianco di Saint Jorioz, il capitano e avventuriero Celso Cesare Moreno, il sergente Cirio. Senza dimenticare l’industriale Alessandro Antongini, che finanziò i Mille, la garibaldina Tonina Marinello e la conturbante contessa Maria Martini.

L'AUTORE

Massimo Novelli, torinese con ascendenze alessandrine e langhette, è giornalista di “Repubblica” e scrittore. Tra i suoi libri La gran fiera magnara, sui rapporti fra Carlo Emilio Gadda e il cibo; La furibonda anarchia, sulla vita del poeta anarchico Renzo Novatore; Bracconieri di storie, in cui ha pubblicato il carteggio fra Giovanni Arpino e Osvaldo Soriano; Garibaldi graffiti, un racconto per immagini del Risorgimento. Ha curato con Isabella Novelli la ristampa di opere di Barbara Allason, Antonio Aniante, Giovanni Arpino, Guido Seborga, Ezio Taddei, Stefano Terra.
 

UN BRANO DEL LIBRO

La rivoluzione divampò ad Alessandria nella notte fra il 9 e il 10 marzo del 1821. Agli ordini del conte Isidoro Palma di Borgofranco e del tenente Giuseppe Garelli, i militari insorti, che appartenevano alla società segreta dei Federati, spalancarono i cancelli e i portoni della Cittadella per lasciare entrare i reparti degli altri congiurati, tra cui spiccavano quelli comandati da Luigi Baronis e dal conte Carlo Bianco di Saint Jorioz.
Non c’è da stupirsi per i bei nomi dell’aristocrazia del vecchio Piemonte coinvolti nell’insorgenza. Anche se quella scoppiata nella città-fortezza, adagiata lungo la pianura fra i corsi del Tanaro e della Bormida, fu una rivoluzione di militari e di borghesi, d’avvocati, di medici, di studenti, d’impresari di strade e persino d’orefici, nel resto del Piemonte, a Torino, pullulavano i conti e i baroni, in qualche caso anche i principi e i marchesi. Giovani gentiluomini, in massima parte, fior fiore della nobiltà sabauda, quasi tutti ufficiali e affiliati alle varie sette carbonare, che non ne potevano letteralmente più di Vittorio Emanuele I e dei suoi ministri parrucconi. Rimesso sul trono dopo la caduta di Napoleone, il re di Sardegna, che temeva le innovazioni come il timorato di Dio teme il diavolo, si era affrettato, al rientro a Torino, nel 1814, a far piazza pulita di quanto di buono Bonaparte aveva fatto, cassando i suoi codici e le altre sue innovazioni in campo amministrativo ed economico. Aveva perciò ripristinato le antiche leggi e le anacronistiche consuetudini regie, risalenti ai tempi beati di Vittorio Amedeo II, ridando da buon bigotto il controllo dell’istruzione al clero e bollando come sovversive persino le timide aperture nelle barriere doganali. Gli ebrei e i valdesi vennero nuovamente discriminati. Nel furore passatista si pensò addirittura di far abbattere un ponte sul Po, a Torino, perché era stato costruito durante il periodo napoleonico. Fortunatamente il re suggerì che, dopotutto, era solamente un ponte, e che serviva, innocente, alla bisogna: con disprezzo divertito, disse che avrebbe calpestato ciò che i francesi avevano fatto.
 

Miniatura Massimo Novelli sul libro La cambiale dei Mille da

 

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