Autografo 46, 2011
I Novanta di Zanzotto

Studi, incontri, lettere, immagini
Interlinea, pp. 200, euro 20
isbn 978-88-8212-802-9

 «Io, tutto sommato, credo ancora nella poesia, o meglio, nell’idea di poesia che fu della mia prima giovinezza (e che penso valida nella misura in cui si riportava a cose assolutamente costanti, rinunciando alle quali ci si autodistrugge)», scriveva Zanzotto a Giovanni Raboni nel ’63 in una lettera finora inedita. La rivista festeggia il poeta con saggi critici di Bassi, Bignamini, Lorenzini, Martignoni, Stefanelli e Venturi. La descrizione dell’archivio Zanzotto conservato nel Fondo Manoscritti precede poesie e lettere inedite ad Aldo Camerino, Carlo Della Corte, Alfonso Gatto, Silvio Guarnieri, Vittorio Sereni e Giovanni Raboni. Le foto realizzate per l’occasione da Paolo Della Corte e l’intervista rilasciata a Luciano Cecchinel restituiscono il contesto e la voce del poeta.
 

UN BRANO DEL LIBRO


INCONTRO
di Patrizia Valduga

Mercoledì 24 novembre 1976, pomeriggio: sfinita dalla paura arrivo da Venezia alla stazione di Conegliano e lui, che non mi conosce, mi riconosce e mi viene incontro. Credo di avergli sparato nelle orecchie tutti i miei problemi – fisici, psichici, sessuali, affettivi, familiari – come se fossi stata da uno psicoanalista. Ho una buona memoria, ma trascrivo tutte le cose importanti per paura di dimenticarle: «Cerea. Imbullonata. Il fumo fa male, soprattutto a me. Portar legna al bosco e nottole ad Atene…» Spero proprio che abbia buttato via quelle prime presuntuose prove di voce che gli ho dato. Non avevo una voce mia, perché non avevo una forma mia: dovevo, per diventare quella che ero, riuscire a darmi la mia forma.
Nel dicembre del ’78 usciva il Galateo in Bosco. L’Ipersonetto, quanto ci ho messo ad assimilarlo, ad assimilarmici? Pochissimo: nella primavera del ’79 ho cominciato a metter su i miei sonetti. I Medicamenta sono una baracca abusiva della città Zanzotto: ogni materiale viene da lui; ci sono addirittura veri e propri – e involontari – calchi semantici, oltre che ritmici. Un esempio? Eccolo. Il Sonetto dell’amoroso e del parassita dice nella terzina finale: «E nell’alto aldilà, nei fondi teneri / do di tacco, do a sacco, sfregio veneri, / falsifico simbiosi: ora si mangia». Il mio Donna bambina ma di troppe brame (dell’81) finisce così: «poco lega l’amoroso legame… / Oh cuore che mi caschi! Che rimane? / un annientato niente. E ho anche fame». Uno stesso quinario finale riporta i pensieri al terra-terra dei bisogni fisiologici; e l’anastrofe iperletteraria dell’«amoroso legame» si vorrebbe prossima e sorella di quel «d’erba la man ritraggo» del verso iniziale. Ma per mostrare che tutto mi è stato pabulum, non è qui né il tempo né la sede. Qui posso soltanto dire che oggi, a trent’anni di distanza, Zanzotto è il poeta più amato e la persona più cara che ho al mondo; e che la sua Marisa, tanto ammirata, invidiata e temuta, oggi mi onora di un’amicizia vivifica.
Sono fiera di aver bussato col cuore in ginocchio («auf die Knie meines Herzens») alla sua porta, sono piena di gratitudine perché me l’ha aperta e mi ha fatto entrare.
«E allora, Valduga, dove sei nata?». «A Castelfranco Veneto». «Ma no. Dove sei nata come poetessa?». A Zanzotto, capitale della poesia, dove l’esperienza interiore ha in ogni verso il più infallibile, il più irripetibile e il più gioioso dei correlativi.
 

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