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"Quando l'epidemia passerà forse saremo più cattivi"

03.05.2020
Da "La Repubblica", edizione Milano, Annarita Briganti su "Lo scandalo dell'imprevedibile" di Silvano Petrosino


«Come spesso è accaduto nella storia umana, mentre guardavamo in una direzione, la "cosa" è arrivata e ci ha colpito dall'altra. In questo senso, più che essere colpiti da un'epidemia imprevedibile, siamo stati "epidemizzati" dall'imprevedibile stesso». Silvano Petrosino, filosofo milanese, docente di Teorie della Comunicazione e Antropologia religiosa e media all'Università Cattolica di Milano, piace ai giovani perché dice le cose in modo diretto come fa anche nel suo nuovo libro, Lo scandalo dell'imprevedibile (Interlinea), dal quale è tratto questo passaggio. Il volume, che cita Camus fin dal titolo e vuole "pensare l'epidemia" ­ appena uscito in ebook, disponibile in cartaceo dal 18 maggio ­ spazia dai limiti, che avevamo dimenticato di avere, alla spiritualità e alla libertà da restituire appena possibile ai cittadini.
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Qual è il rapporto tra scienza e fede, mentre siamo alle prese con un virus?
«La scienza è una meraviglia, è un dono di Dio, va sviluppata e i soldi vanno dati agli scienziati, ma l'essere umano nella sua complessità non è riducibile alla scienza. Come direbbe Lacan, niente è tutto e neanche la scienza è tutto. Se chiedessi a un mio studente: "Quanto pesi?", mi risponderebbe con un numero. Se gli domandassi: "Sei innamorato?". inizierebbe a parlare. I numeri, le lettere, la fede devono convivere».
Cosa pensa della fase due, che inizia domani?
«Milano si è comportata benissimo. La strada è questa. Bisogna resistere, rispettare le regole. I risultati ci sono stati, sperando che questa situazione non vada avanti a oltranza. I milanesi e gli italiani stanno facendo la loro parte e continueranno a farla».

Lo scandalo dell’imprevedibile

Pensare l’epidemia

di Silvano Petrosino

editore: Interlinea

pagine: 80

«L’epidemia che ci ha colpito si è manifestata con la violenza dell’imprevedibile» eppure prevedere e decidere il proprio benessere è oggi tra le condizioni principali della nostra società. Uno dei filosofi attuali più lucidi riflette sul dramma del coronavirus a partire dalle parole che usiamo per spiegare questo evento e le sue conseguenze: perché il “futuro” è diverso dall’“avvenire”, il “mondo” dal “reale”, la “scienza” dagli “scienziati”, l’“ottimismo” dalla “speranza”, ma anche perché la modalità del “morire” ci ha atterrito più della “morte” in sé, fino a comprendere che l’autentica “libertà” non consiste nel fare ciò che si vuole. Come ci ha cambiato l’epidemia? Che cosa possiamo fare per non farci sopraffare? «dovremmo essere più seri nel vivere il tempo, che non è mai solo il “nostro tempo”, il tempo delle nostre “urgenze private”», afferma l’autore indicando un atteggiamento per il “dopo” e citando La peste di Camus: «bisogna restare, accettare lo scandalo, cominciare a camminare nelle tenebre e tentare di fare il bene».

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