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Ricordando Luciano Erba

Recensione di: I miei poeti tradotti
16.09.2014
Da "Corriere della Sera - Milano", recensione di Franco Manzoni, su I miei poeti tradotti di Luciano Erba

«Maestro dell'arte poetica, Luciano Erba (foto) fu uno dei maggiori autori italiani del secondo Novecento. Nato a Milano nel 1922 e scomparso nel 2010, visse sempre nella nostra città, dove insegnava Letteratura francese alla Cattolica. Si distinse nell'ardua missione del tradurre, ossia di "tradire" l'originale per ricreare l'opera nella lingua di arrivo. A chi scrive Erba confessò umilmente di lavorare come un tranviere, che deve consegnare al capolinea un messaggio affascinante e fresco, spinto lungo la strada dall'istinto. Sorretti dall'aemulatio latina, pochissimi traduttori giungono all'altezza dell'autore di partenza o magari a superarlo, riuscendo a dare vita a un testo autonomo. In tale ristretta categoria c'è Erba quando ridà luce a Jean de Sponde come Rilke nella versione dei testi di Giaime Pintor o Le Bucoliche riproposte da Valéry.
Per questo mercoledì 17, ore 17.30, alla libreria Vita e Pensiero, largo Gemelli 1, si festeggia il traduttore di altri grandi autori. Un omaggio a 4 anni dalla morte. Nell'occasione viene presentata l'antologia di Erba "I miei poeti tradotti", a cura di Franco Buffoni (Interlinea edizioni, pp. 312, euro 18). Proposti con il testo originale a fronte, tra gli autori nella versione di Erba troviamo Cendrars, Claudel, de Sponde, Frénaud, Gautier, Gunn, Hugo, Jacob, Machado, Michaux, Neruda, Ponge, Racine, Reverdy, Rodenbach, Saint-Amant, Swenson e Vrilon.
Alcune poesie sono dedicate a Milano, città sempre presente nei versi di Erba, come "Navigli" di André Frénaud: "Naviglio grande di lenta corrente / tra pietre come lastre tombali / trascorri torbido di fango / ma tra le chiese splendi di bitume / Naviglio dolce di dolcissima acqua"».
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I miei poeti tradotti

di Luciano Erba

editore: Interlinea

pagine: 312

Le poesie amate e tradotte da uno dei maggiori autori italiani del Novecento sono raccolte nell’idea che «una traduzione di poesia è sempre destinata ad essere un’altra cosa»

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