In occasione dell’uscita del saggio di Elisa Chiocchetti dal titolo Geografie della fame. Questione alimentare e letteratura (1834-1901) pubblichiamo in anteprima un estratto dal capitolo centrale dedicato al “Sistema alimentare verista”.
Il volume affronta la “questione del ventre e della fame”, che nel secondo Ottocento diventa uno dei temi privilegiati con cui la letteratura italiana interpreta la modernità. Attraverso un metodo interdisciplinare che intreccia storia dell’alimentazione, inchieste sociali e analisi letteraria, il volume ricostruisce il dialogo tra scienze, società e varie forme narrative durante il periodo dell’unificazione nazionale, con una rilettura originale della produzione letteraria di fine secolo, nella quale il paradigma alimentare non solo diventa un modo per comprendere le trasformazioni storiche e culturali dell’Italia unita, ma aiuta a delineare il ritratto dell’homo edens, figura moderna identificabile dalla qualità e dalla quantità del cibo che consuma.
La paura dell’assenza predomina l’universo verghiano al punto che l’intera sua produzione potrebbe essere riletta attraverso la fobia dello stomaco vuoto, che sia un vuoto elementare e materiale (il cibo quotidiano per i personaggi di Vita dei campi) o un vuoto esistenziale, che spinge a una ricerca dell’altrove, sotto le ammalianti «sirene del progresso» per il giovane ’Ntoni o illusoriamente raggiungibile attraverso l’arricchimento, per Gesualdo. Alcuni segnali di questa indagine edemica – ovvero la necessità di mettersi alla ricerca di un mezzo con cui colmare un vuoto interiore – sono riscontrabili anche nella produzione verghiana del così detto periodo mondano. Nella sua analisi del lessico verghiano, Campailla afferma che i riferimenti alla sfera alimentare, con il relativo uso linguistico dei verbi attinenti all’area fagica, sono presenti in numero piuttosto ridotto nelle opere antecedenti a Vita dei campi: nei romanzi mondani, «le necessità e le verità del mangiare in pratica non esistono.
Mangiare per i personaggi eletti dei primi lavori è presupposto di degradazione» e l’atto conviviale è sempre reinterpretato da un punto di vista borghese. Questo emerge, in particolare, se si considerano gli esigui cenni al cibo presenti in questi romanzi che non esplicano la loro funzione nutritiva, ma sono per lo più accessori rappresentativi di un ambiente altoborghese, che considera l’alimento come una decorazione o come un oggetto superfluo ed eccessivo. Se queste due analisi permettono di rilevare la precisione documentaria di Verga, nel tratteggiare con fedeltà gli ambienti raffigurati e nel comprendere la mentalità, anche nei confronti dell’alimentazione, propria di ogni classe, è anche necessario sottolineare come da un punto di vista linguistico la metafora e il linguaggio del nutrimento tornino con insistenza anche nei suoi primi romanzi.
In questi, infatti, si registra la tendenza propria dello stile verghiano a usare verba mangiandi, sebbene spostati sul piano effimero dei sentimenti. Già in Una peccatrice (1866) la narrazione della passione è mediata attraverso espedienti linguistici, riscontrabili anche nel Verga maturo, in cui i personaggi vengono divorati dalle passioni. La reiterazione di simili espressioni trasmette alle pagine il sapore di un languore borghese, colto all’interno di passioni controverse e sempre riferite alla sfera erotica. Il vuoto per la classe borghese non si mostra declinato come fame, ma come senso dell’esistenza: in questi ambienti, infatti, non è tanto il ventre a chiedere una soddisfazione, quanto l’anima.
[…] Nonostante l’autore acquisti progressivamente coscienza della sua abilità artistica, Gabriella Alfieri ha notato in lui una costante necessità di rassicurare la figura materna, a cui deve spiegare il senso della sua scelta intellettuale: «Adesso ho una grande soddisfazione. Il fumo è bello e buono, ma l’arrosto è meglio, e finalmente son giunto ad essere qualche cosa di produttivo per la famiglia, invece di essere un parassita» (Lettere alla famiglia). L’«arrosto» è tutto ciò che Verga cerca per colmare la sua soddisfazione: un’opera che sia sì di alta qualità, ma che sia in grado di raggiungere l’agognato successo editoriale. Non il «fumo» delle cose da poco, ma un testo che completi l’ideale imposto a sé stesso. In questa costante oscillazione tra insoddisfazione e ricerca arriva il sucEppure, come è noto, la soddisfazione dell’autore doveva rimanere lungamente a digiuno, specie davanti alle reazioni alle opere sue e a quelle di Capuana. Nel 1879 Verga sfogherà la sua frustrazione in una lettera, inviata all’amico, con parole – «credo di esser solo con te e qualcun altro a capire come si faccia a fare lo stufato. Gli altri sono imbrattacarte, lavapiatti, parassiti» –, che sintetizzano, come ha già sottolineato da Biasin, l’incomprensione del verismo da parte dei contemporanei. Il segreto dello “stufato” allude alla consapevolezza del raggiungimento dell’obiettivo, di una narrativa nuova che non accetta, scriverà ancora Verga dopo il fallimento dei Malavoglia, di «ammannire i manicaretti che piacciono al pubblico». Donde quello «stomaco pieno» di rancori e dispiaceri che Verga sente la necessità di sfogare con l’amico, quello stesso organo corporeo dove si svilupperà il tumore di Gesualdo e dove vanno a depositarsi tutte le conquiste della propria ambizione.
Elisa Chiocchetti
Università Cattolica









Inserisci un commento