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Va bene la sicurezza, ma la solidarietà?

26.04.2020
Da "L'Eco di Bergamo", Giulio Brotti su "Lo scandalo dell'imprevedibile" di Silvano Petrosino
Anche in occasione dei peggiori disastri, si è tentati di trarre da quanto è successo delle lezioncine di morale: «Con l’arrivo del Covid-19 – afferma Silvano Petrosino –, dopo un primo attimo di sgomento, nei media si sono andate ripetendo le esortazioni a cambiare tutti insieme stile di vita, a riscoprire i “veri valori” e il principio del “bene comune”. Ne hanno parlato politici e giornalisti, attori e cantanti, soubrette e meteorologi. No, io credo che se questa tragedia lascerà davvero un insegnamento a qualcuno di noi, sarà a un diverso livello». Si può allora – più umilmente – cercare in quanto è avvenuto qualche elemento di «verità»? Di Petrosino, docente di Antropologia filosofica all’Università Cattolica di Milano e collaboratore del nostro giornale, le edizioni Interlinea hanno appena pubblicato un volume in forma di intervista, Lo scandalo dell’imprevedibile. Pensare l’epidemia (pp. 80, 10 euro, ebook a 5,99 euro), in cui risponde alle domande formulate da Roberto Cicala.
Questa pandemia ci ha ricordato, con violenza, quale ruolo abbia nelle nostre vite l’«imprevedibile»?
«Intendiamoci, non avevamo bisogno di questa dolorosa lezione per sapere che le nostre esistenze sono punteggiate di imprevisti, dal guasto dell’automobile che ci obbliga a chiamare il carro attrezzi all’infarto che ci colpisce senza sintomi premonitori. Incidenti di questo tipo, però, accadono con una certa frequenza e sono dunque – per così dire - degli “imprevisti pre-visti”: rientrano nella contabilità generale della vita. Invece, a eccezione forse di alcuni virologi, questa pandemia è sopraggiunta come un evento del tutto inatteso; e ha colpito più duramente, finora, non le regioni economicamente depresse del nostro pianeta, ma proprio il “primo mondo”, dal Nord Italia a New York».
Soprattutto, si è abbattuta come un «cataclisma primordiale» su società altamente tecnologiche.
«Certo, su società in cui l’elaborazione e l’analisi di enormi quantità di dati permettevano, in qualche misura, di prevedere e soprattutto di progettare il futuro. Ora invece, stiamo riscoprendo drammaticamente il senso di una distinzione cara a Jacques Derrida, quella tra futuro e avvenire. Il futuro è necessariamente legato al presente: quando noi pensiamo al futuro, quando ad esempio progettiamo una determinata iniziativa, non possiamo farlo se non partendo dalle idee, dalle ipotesi, dalle speranze e dai sogni che abitano il nostro presente. All’opposto, l’avvenire è lo spazio di ciò che davvero merita di essere chiamato “evento”, proprio perché giunge inatteso, senza preavviso. Accade, ad esempio, che ci s’innamori, ma è una follia progettare di innamorarsi; nessuno può prevedere seriamente se e quando si innamorerà».

Lo scandalo dell’imprevedibile

Pensare l’epidemia

di Silvano Petrosino

editore: Interlinea

pagine: 80

«L’epidemia che ci ha colpito si è manifestata con la violenza dell’imprevedibile» eppure prevedere e decidere il proprio benessere è oggi tra le condizioni principali della nostra società. Uno dei filosofi attuali più lucidi riflette sul dramma del coronavirus a partire dalle parole che usiamo per spiegare questo evento e le sue conseguenze: perché il “futuro” è diverso dall’“avvenire”, il “mondo” dal “reale”, la “scienza” dagli “scienziati”, l’“ottimismo” dalla “speranza”, ma anche perché la modalità del “morire” ci ha atterrito più della “morte” in sé, fino a comprendere che l’autentica “libertà” non consiste nel fare ciò che si vuole. Come ci ha cambiato l’epidemia? Che cosa possiamo fare per non farci sopraffare? «dovremmo essere più seri nel vivere il tempo, che non è mai solo il “nostro tempo”, il tempo delle nostre “urgenze private”», afferma l’autore indicando un atteggiamento per il “dopo” e citando La peste di Camus: «bisogna restare, accettare lo scandalo, cominciare a camminare nelle tenebre e tentare di fare il bene».

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