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L’utilità dei libri, quando si resta a casa…

L’utilità dei libri, quando si resta a casa…

Un racconto inedito di Sebastiano Ruiz Mignone per #iorestoacasa

 

In quei giorni lunghi e interminabili incontrai con sospetto uno che abitava nel mio stesso palazzo sulle scale, uno col quale prima neanche ci salutavamo. Io scendevo lui saliva, e inaspettatamente mi regalò un sorriso, o forse era solo una contrazione muscolare della bocca per lo sforzo di reggere due pesanti borse piene di generi alimentari. Feci in tempo a scorgere la famigliola allegra stampata sulla scatola dei famosi biscotti. Anche della sincerità del loro sorriso non ne fui certo.

“’Giorno...” farfugliò l’inquilino.

“Buongiorno” contraccambiai, ma subito, non so neanche io perché, aggiunsi: “Tutto bene?...” sicuro che avrebbe capito a che cosa mi riferivo.

“Mah! Problemi...”

Ammetto che mi allarmai. Forse “problemi” voleva forse dire che lui e il virus... Arretrai in automatico di uno o due scalini.

Lui mi guardò, sorpreso. Poi comprese l’equivoco che si era creato tra noi.

“No, no, tranquillo, tutto bene. Sono in perfetta salute, e, come vede, si esce solo per fare la spesa...”

Poiché io continuavo a guardarlo con sospetto, lui si affrettò a spiegare: “No, è il tavolino dello studio...”

“Il tavolino?...”

“Ma sì è colpa sua. Oh, intendiamoci è un ottimo tavolino di mogano lucidissimo, e antico, antico, già... Non compri mai roba antica. Bella è bella però... son quasi sempre problemi”.

“Capisco, problemi...”

“Questo qui balla, traballa, non sta mai fermo...”

Devo essere sincero, a me di quel suo tavolino che traballava non è che importasse granché, però per gentilezza, e ci tengo a sottolineare solo per gentilezza, gli dissi: “Ha provato con un piccolo libro?”

“Con che?”

“Un libro, lei lo mette sotto la gamba più corta e voilà il problema è risolto”.

“Ah, lei dice?”

“Sì. Ne ho la certezza. E’ successo anche a me, avevo una scrivania che presentava gli stessi problemi. Bella era bella, ma era zoppa. Così, zac! Ci ho rifilato sotto un bel libro ed è andata a posto. Ora non traballa più”.

“Oooohhh!”

“Proprio così. Be’, ora la saluto, corro anch’io a fare la spesa, prima che chiudano. Se mi fa passare...”.

“No, aspetti un momento, la prego”.

Cominciavo a spazientirmi, ma non volevo essere maleducato, così rimasi sullo scalino in attesa di che atro c’era ancora.

“Mi dica”.

“Ecco, vede c’è un problema...”

“Un altro? Ma, scusi, con tutti i problemi che abbiamo già...”

Fu a questo punto, non lo nego, pensai che il malato non era lui ma la moglie. Il virus mi apparve in tutta la sua pericolosità. Là, su quegli scalini forse davanti a me c’era l’ombra del contagio.

Arretrai di un altro scalino.

Lui se ne accorse perché allungò una mano come a fermarmi. Io cominciai a calcolare, sono ingegnere, se quella mano era a meno di un metro, cosa che non mi pareva proprio. “Stia fermo lì con quella mano!” credo che urlai.

“Ma no, ma no, lo facevo solo per tranquillizzarlo, gliel’ho detto che sto, bene, che stiamo bene, sì, anche mia moglie. Il problema era una cosa che purtroppo non è facile da dire...”

“E la dica, la dica, santo iddio, che così poi ci togliamo di torno!”. Stavo diventando nervoso.

“E’... è... che non abbiamo libri....”

“Non avete libri? Come sarebbe non avete libri? Nemmeno uno?”

“No, uno o due ce li abbiamo, ma sono dei tomi grandi così e non vanno bene, lei mi insegna...”

“Be’, certo che i vocabolari non sono adatti, proprio no. Ci vogliono libri piccoli, sottili, sa cosa intendo...”

“Veramente non mi intendo di libri, io e mia moglie guardiamo la televisione...”

“Ah, capisco...”

“Se lei fosse tanto gentile da prestarmene uno ... di quelli piccoli, sottili, come dice lei...”

 

E così glieli ho prestati. Abbiamo cominciato con uno sottile sottile che per il tavolino è stato perfetto. Poi, dato che c’era anche il frigorifero... il tavolino della televisione... il tavolo della cucina... il tavolino rotondo del telefono... la sedia rococò davanti al tavolino del telefono...

 

In quei giorni qualcosa cambiò.

In uno di quelli, appunto, tornando con la spesa incrociai Aurelio che scendeva di corsa, era allegro e sorrideva

“Ciao!”

“Ciao, ingegnere!”

Un attimo e stava già per oltrepassare la porta della nostra scala. Ma io avevo fatto in tempo a vedere che tra le mani stringeva un libro, uno di quelli che gli avevo prestato e perciò gli chiesi, indicandolo: “E quello?...”

“Oh, questo? Me lo porto dietro... Sai c’è la fila al negozio degli alimentari e così...”

 


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