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Si può fare poesia su un centro commerciale? La risposta di Lanza su “Etnapòlis”

Giovanni Tesio, della direzione della collana “Lyra”, si interessa di Etnapolis di Antonio Lanza presentato in occasione dell’Interlinea poesia festival a Catania l’8 giugno 2019: «un non-luogo, un “vuoto”, che qui viene riempito da un “pieno” di poesia» (n.d.r.).

Qualche osservazione sul libro poetico d’esordio di Antonio Lanza, Suite Etnapolis, edito da Interlinea (pp. 126, euro 12). Intanto un libro di fatto subito maturo, ancorché edito nella serie “Lyra giovani” a cura da Franco Buffoni (tenuto anche conto dell’età di Lanza, un quasi quarantenne). Un libro (perché di libro e non di raccolta si tratta) che rinvia inevitabilmente ai “non luoghi” di Marc Augé, ossia – qui – di un centro commerciale che esiste davvero: un vuoto che qui viene riempito da un “pieno” di poesia, declinata in forma diversa, che va dal verso alla prosa, dalla parola cancellata alla parola frantumata. Qui, tuttavia, non si parla tanto di quella speciale transumanza settimanale delle mandrie famigliari in cerca del consumo, ma piuttosto di chi in quei vuoti lavora o di chi in quei vuoti è in qualche modo collocato: commessi, commesse (da Samuele a Cinzia), manichini, voci dagli autoparlanti e così via, ma anche l’apparizione di un cervo che diventa un “pericolo” ma che convoca – attraverso mirate interviste – anche le voci di chi ne interpreta la presenza di cosa finalmente viva. In uno spazio, quindi, ben definito e in un tempo che va – giorno dopo giorno – da una domenica a un sabato (una specie di unità di tempo e di azione, che un po’, almeno un po’, fa pensare al Perec di Vita, istruzioni per l’uso), si svolge la storia di molte “vite” incatenate, vite drammatiche, vite difficili, vite prese nel vortice dei giorni, vite stritolate. Un centrifugato di vita che trova nella scrittura per un verso la capacità di recuperare alla poesia uno spazio di comunicabilità narrativa (una sorta di romanzo in versi), e per altro verso un recupero che ha paradossalmente (o quasi) la sua couche nella rilettura di certi testi della neoavanguardia (ad esempio, la “ragazza Carla” di Elio Pagliarani): un grado zero della scrittura, che sacrifica l’io, che si sposta dal soggetto all’oggetto, che non innalza il tono volgendolo a metafisici simbolismi, ma cammina sui trampoli di una poesia-prosa di notevole efficacia. Una onesta e limpida lettura.

Suite Etnapolis

di Antonio Lanza

editore: Interlinea

pagine: 128

Che cos’è il conflitto di classe nell’epoca post­ideologica? Per trovare tracce di risposta questo libro ci porta dentro la vita di Etnapolis, centro commerciale ai piedi dell’Etna progettato da Massimiliano Fuksas, durante la crisi economica che ha connotato i primi anni del nuovo millennio. Sistema materiale e metafisico, il centro commerciale ridefinisce spazi e tempi dell’esistenza secondo le necessità del consumo e del profitto. Ma alla voce meccanica di Etnapolis si alterna quella dei lavoratori con un retroterra di affetti e una storia “altra”. Raccontando questa polifonia dell’annichilimento nel suo esordio letterario, Lanza ci restituisce, nel finale dell’opera, un elemento estraneo, irriducibile ai principi che ne regolano il funzionamento e il senso, in grado di creare una possibile liberazione dalla «antica offesa all’uomo».Si può fare poesia su un centro commerciale? La risposta di Lanza su "Etnapolis"

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