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"L'urgenza era una nostra invenzione. Serve più serietà nel vivere il tempo"

05.05.2020
Da "La Stampa Novara", Marco Benvenuti su "Lo scandalo dell'imprevedibile" di Silvano Petrosino


La fase 2? È una buona cosa: bisogna ripartire. Ma non sarei così ottimista sul fatto che saremo diversi, consapevoli delle nostre fragilità e debolezze. Sono parole che abbiamo usato all'inizio dell'emergenza, ma temo che l'ideologia dell'eccellenza a tutti i costi tornerà non appena possibile. Per non farsi sopraffare dovrem­mo essere più seri nel vivere il tempo: non è mai solo il nostro tempo, il tempo delle nostre ur­genze private". L'invito arriva dal filosofo Silvano Petrosino,uno dei pensatori italiani più apprezzati, soprattutto dai giovani, docente all'università Cattolica di Milano: nel libro"Lo scandalo dell'imprevedibile. Ripensare all'epidemia",edito da Interlinea e in libreria dal 18 maggio (già disponibile in e­book) riflette sull'emergenza che stiamo affrontando.

Professore, quale riflessione viene proposta sulla tragedia del coronavirus?

"Il libro ha come presupposto l'universo di parole sviluppatosi attorno all'epidemia mondiale, spesso trasformatosi in chiacchiere. Io, su proposta dell'editore Roberto Cicala, ho voluto aiutare a trovare le parole adatte a esprimere qualcosa di inesprimibile che si agita dentro di noi, e cercare di far comprendere e affrontare il dopo economico e sociale,all'interno della moltitudine di verità proposte dai media. Insomma, prima di dare soluzioni, occorre meditare e razionalizzare, attraverso le parole che più usiamo e ascoltiamo".

Quali tra queste parole ha insistito di più?

"Innanzitutto sul concetto di tempo e su come guardare al dopo. Spesso usiamo parole come futuro quale sinonimo di avvenire: sono concetti diversi. Il futuro è ciò che noi programmiamo partendo dal presente e dal passato, è ciò che si può prevedere, per esempio attraverso gli strumenti scientifici.L’avvenire è ciò che viene da sé, un evento che sfugge dalla progettazione”

Lo scandalo dell’imprevedibile

Pensare l’epidemia

di Silvano Petrosino

editore: Interlinea

pagine: 80

«L’epidemia che ci ha colpito si è manifestata con la violenza dell’imprevedibile» eppure prevedere e decidere il proprio benessere è oggi tra le condizioni principali della nostra società. Uno dei filosofi attuali più lucidi riflette sul dramma del coronavirus a partire dalle parole che usiamo per spiegare questo evento e le sue conseguenze: perché il “futuro” è diverso dall’“avvenire”, il “mondo” dal “reale”, la “scienza” dagli “scienziati”, l’“ottimismo” dalla “speranza”, ma anche perché la modalità del “morire” ci ha atterrito più della “morte” in sé, fino a comprendere che l’autentica “libertà” non consiste nel fare ciò che si vuole. Come ci ha cambiato l’epidemia? Che cosa possiamo fare per non farci sopraffare? «dovremmo essere più seri nel vivere il tempo, che non è mai solo il “nostro tempo”, il tempo delle nostre “urgenze private”», afferma l’autore indicando un atteggiamento per il “dopo” e citando La peste di Camus: «bisogna restare, accettare lo scandalo, cominciare a camminare nelle tenebre e tentare di fare il bene».

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