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LETTURA INEDITA di Natale - C’è anche un asino tra le “Voci dal presepe” di Andrea Kerbaker

LETTURA INEDITA di Natale - C’è anche un asino tra le Voci dal presepe di Andrea Kerbaker
 
Deragliamento
Racconto di Andrea Kerbaker
(autore di Vite da presepe di Andrea Kerbaker)

 

Turatevi le orecchie, voi che non volete sentire. Ma turatele bene, e a lungo, perché qui inizia una lamentela precisa, circostanziata, che si sa quando si comincia e non quando finisce. Come? Dite che il tempo è prezioso, che avete altro da fare che ascoltare un vecchio asino rimbambito? Bene, signori s’accomodino pure, andate fuori, aria, sciò. Io parlerò a lungo, quanto voglio e come voglio, perché ne ho il diritto, perbacco. Sono o non sono uno dei personaggi principali di questa scena? Cosa? Non si è mai visto un asino che fa outing? D’accordo, sarò il primo. D’altronde, con il ruolo che ricopro sono pur sempre un capostipite. Asino, ma capostipite. E allora, basta discussioni: dopo tanti anni di pazienza silenziosa è ora di parlare, e credete che lo farò per il tempo necessario.

Ho bisogno di tempo perché di lamentele ne ho decisamente un bel po’. E non voglio neppure parlare della mancanza di riconoscimento. Sto qui nella grotta al freddo tutti i giorni, tutte le notti, ugualmente gelide, l’umidità dalle pareti che neanche in una baracca, un trionfo di spifferi da ogni parte, mai un raggio di sole che entri, manco per sbaglio, e nessuna voce che ti dia mai la minima soddisfazione. Vengono a vistare la famiglia? Tutti a dire Guarda che bella la pastorella, con le voci in falsetto, O mamma mia, che meraviglia quell’agnellino, e a me mai un complimento, neppure per sbaglio. Ma passi per quello, ormai ci sono abituato; sulla mia pellaccia grigia ormai l’indifferenza degli altri non fa nulla. Ma c’è stato addirittura un anno che si sono dimenticati di me. Sissignori, dimenticati. Di-men-ti-ca-ti. Cioè: hanno fatto tutto il presepe, gli agnelli, le lavandaie, i magi lontani, nell’angolino, che poi si avvicinano ogni giorno di più, e tutti gli altri, e nella grotta solo Giuseppe, Maria e il bue. Io, man mano che prendevano gli altri, non è che mi preoccupassi troppo: stavo lì nella scatola, paziente, in attesa del mio turno. Macché: a un certo punto son rimasto tutto solo, e a furia di aspettare mi devo essere addormentato per la noia. Così è successo che di colpo ho sentito una vibrazione tremenda, del tutto inattesa, come di un terremoto, e ho visto che la scatola era chiusa ermeticamente e in quel buio totale, appena rotto da qualche crepa nelle pareti di cartone,ero in viaggio verso lo scaffale alto dell’armadio. Ho cominciato a ragliare per la paura; avevo fatto quel tragitto molte volte, ogni Natale, ma sempre in compagnia di tutte le altre statuine. Così, da solo, in quella scatola gigante dove rimbalzavo da una parte all’altra, mai. E, credetemi, era una sensazione terrorizzante. Pensavo: se raglio in questo modo, qualcuno mi sentirà bene, no? E nel contempo ero anche un po’ obnubilato dal mio fiataccio: perché quando ho paura, a me viene un alito cattivissimo, come mi rinfacciano spesso gli altri nella grotta. Anche quest’anno me lo ripeteva quasi ogni giorno un antipatico di un centurione romano: Mamma mia, quanto puzza questo asino, ma che cos’ha mangiato, orecchiette con le cime di rapa? Spaghetto ajo e ojo? Diamogli un po’ di liquirizia, per piacere, se no sveniamo tutti per l’odore.

Scusate, ho divagato come al solito. È un’altra cosa che mi rinfacciano, di non avere un modo di ragionare troppo lineare. Ma io sono solo un povero asino, mica un genio. Se volevano Einstein se lo pigliavano – di statuette ce ne sono a migliaia, lo potevano mettere in un angolo, così ci avrebbe illuminati tutti con la sua intelligenza. Ecco, vedete, un’altra divagazione. Va be’, torniamo a bomba, a quando mi hanno dimenticato. Proprio così, e senza neppure accorgersene fino ad almeno una settimana successiva. Io lì, tutto solo nella scatola, a immaginare: ora qualcuno lo vedrà. Probabilmente la mamma, più attenta, Ma tu vedi, dov’è finito l’asinello? E subito a recuperare la scatola e a tirarmi fuori e rimettermi agli onori del mondo. Povero illuso: per una settimana niente, nessuno ha neppure notato la mia assenza. Fino a che non è venuta un’amica di Alessandro, e lei sì l’ha visto subito: Ma come mai voi fate il presepe solo con il bue? Io, finalmente contento, le orecchie ben tese, perché all’interno della scatola le voci giungevano tutte deformate.Che vuoi dire? ha risposto Alessandro serio serio. Eh, dico che nella grotta vedo solo il bue: l’asino non c’è.Dal mio buio ho immaginato che lui si chinasse per controllare. Ma guarda un po’, mi sa che hai ragione: ci siamo scordati l’asinello. Dev’essere rimasto nella scatola. Lei rideva, Ma dai, come avete fatto a non accorgervene?Che ci sarà stato mai da ridere non lo so; e però anche lui si è messo allegro. È vero, che buffo. Quasi quasi lo prendo e ce lo metto ora. Eccolo, il riscatto, ho ragliato di soddisfazione. Macché: Ma no, chissenefrega, ha detto subito dopo.Per quest’anno ci lasciamo solo il bue, e magari l’anno prossimo mettiamo solo l’agnello.Lei l’ha corretto: Asinello, vuoi dire. E lui Sì, è vero. Asinello, agnello, cammello, sempre bestie sono. Capito? Dimenticato e anche confuso con altri comprimari della storia, ditemi voi se non dovrei lamentarmi. Allora ci sono rimasto proprio male, ancor di più dopo la reazione di Valeria. Quando la sera Alessandro le ha fatto notare la mia assenza, non si è scomposta neanche un po’. Ah, ho sentito che diceva indifferente. Hai ragione. Chissà come è successo. Tutto lì. Proprio lei che da bambina era stata dimenticata alle primarie un pomeriggio di fine novembre e se n’era lamentata per un mese intero. Mamma, mi sono tanto spaventata. Come è potuto succedere? Io da sola con la bidella in quella scuola enorme! E adesso di me se ne frega; è proprio vero che la coerenza non è di questo mondo.

Finito? Nossignori, non ho quasi nemmeno cominciato, perché quella volta per la delusione mi sono ammalato. Lo sapete, voi studenti universitari Alessandro e Valeria, che mi scoraggiate con il vostro chissenefrega, che le malattie sono anche psicosomatiche? Io sì che lo so, è una caratteristica che ho imparato da un medico in visita nella casa ai vostri genitori, molti anni fa. Voi non c’eravate, ovvio, eravate fuori con i vostri amici. Ma vi siete persi un discorso molto interessante. Prima che si trasferissero nella sala da pranzo per la cena, si erano seduti in salotto a fare due chiacchiere. Quell’anno ero regolarmente nella grotta, sentivo tutto benissimo. Il medico spiegava a mamma e papà che sempre più la sua professione richiedeva competenze psicologiche. In primis, cari miei, le malattie, gravi e meno gravi, vengono dalla testa. A me è capitato esattamente quello: lì nello scatolone, solo, con la sensazione di essere abbandonato da tutti, ho cominciato ad ammalarmi. E il mio sintomo consisteva nella perdita della voce. Dapprima scendeva gradualmente, un decibel ogni giorno: un fenomeno pressoché impercettibile; ma la notte di Natale c'è stato il crollo. Pensavo al bimbo seminudo lì nella paglia senza il conforto del mio fiato, e mi sentivo così inutile nella stupida scatola. Mentre attraverso il cartone ascoltavo tutti quei brindisi, gli auguri, il rumore croccante dei pacchi scartati, i grazie, gli evviva! immaginavo le scene, le facce sorridenti e ho sentito la voce che se ne andava. Come, non chiedetemelo, non lo so. Ma so che ho proprio capito che stavo diventando afono. Poco dopo ho fatto un test: ho provato a ragliare ma mi uscivano solo dei suoni minuscoli, incoerenti; una vocina che pareva quella di un gatto castrato.

Che sensazione avvilente, provare a ragliare e non sentire uscire praticamente nulla; tanto più che per i primi momenti mi ero illuso che l’effetto potesse durare solo qualche ora, e invece è continuato per l’intero periodo natalizio. Ogni tanto provavo, giusto un tentativo, e niente. Così quando all’epifania hanno finalmente ritirato giù la scatola e ho ritrovato i miei compagni, non sono neppure riuscito a salutarli: nulla, se non quello squittio da ratto incapace perfino di raggiungere le orecchie altrui. Ma che sei, deragliato? ha scherzato il panettiere. Non vi dico quanto hanno riso tutti.E però il fiataccio mica t’è passato, ha detto il centurione, sempre caustico. Questa volta non ho riso. Passami una liquirizia, ho risposto soltanto, nervosissimo. Ma lui non ha sentito, oppure ha fatto finta di non sentire; e la liquirizia non è mai arrivata.

Non è stata una malattia lunga:per fortuna la voce è tornata quasi immediatamente per il15 di gennaio potevo parlare tranquillamente con tutti, e da allora il fenomeno non si è più ripresentato; ma mi ha lasciato con un mare di paure. Quella di perdere la voce, tanto per cominciare, e magari in permanenza, unavera spada di Damocle; che è poi un parte di quella, più grande, che si ripresenta puntuale, acutissima, a ogni novembre, quando aprono la scatola: la paura di un nuovo Natale da dimenticato.

 

© Andrea Kerbaker 2019

Vite da presepe

di Andrea Kerbaker

editore: Interlinea

pagine: 128

Aprire questo libro è come trovarsi nel bel mezzo di una notte di dicembre, quando le statuine di un presepe di casa narrano la propria storia. Sono piccole tranches de vie che non assomigliano affatto all’agiografia del presepe spesso retorica e buonista. C’è “la pecorella sbagliata”, che arriva da un gioco per bambini e irrompe in mezzo alle eleganti colleghe del presepe, il ladro destinato a incontrare Gesù, la statuina del panettiere con troppo fiuto per gli affari, le lavandaie con le loro storie, il re mago destituito e persino un postino. Ironia e tenerezza fanno assaporare, in una lettura che non ha fretta, il gusto dolce, antico e sempre nuovo, del Natale, con molti spunti di attualità.  

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