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Scrivere secondo Freud: un ricordo di Giuliano Gramigna

Scrivere secondo Freud: un ricordo di Giuliano Gramigna

Riproduciamo il testo di Cesare Viviani in occasione della presentazione di Casa Freud di Giuliano Gramigna alla Libreria Centofiori di Milano lo scorso 20 novembre 2019.

 
Questo piccolo libro, Casa Freud di Giuliano Gramigna, può essere inteso come una piccola, ma preziosa e necessaria scuola di scrittura. Infatti emergono insegnamenti, non voluti né concepiti come tali, ma invece sono incisivi e tutti da apprendere.
Il primo potrebbe chiamarsi la “distrazione”. I ricordi, le vaghe somiglianze, le fantasie, i pensieri sul futuro distraggono dal percorso su cui si procede per raggiungere un obiettivo e arrivano a modificarlo. E il percorso dell’attenzione, del pensiero e della scrittura si lascia modificare imprevedibilmente. Quante volte Gramigna mi ha detto che avvertiva come benefica la forza delle parole!
Il secondo insegnamento è l’ascolto dei luoghi. I luoghi parlano, parlano di cose passate nostre e altrui – eventi piccoli e quasi dimenticati ma vissuti e rimasti proprio in quei luoghi – addirittura parlano di eventi sconosciuti: basta rallentare il passo e fermarsi ad ascoltare.
Poi c’è un altro elemento caratteristico di questo libro, coraggioso e rischioso: è quello di mostrare la libertà dalla necessità di un tessuto connettivo e continuo nel testo del racconto. Per esempio: si può spostare un personaggio da un luogo a un altro col semplice passaggio di una sola riga senza dover dare spiegazioni o giustificazioni dello spostamento, senza dover rassicurare il lettore.
Arriva poi una citazione impressionante e memorabile, alle pagine 22 e 23: “Provare a dirgli che da un mese circa faccio tutti i giorni, disciplinatamente, cinque ore filate di mestiere: scrivo con un pennarello bianco, bianco su bianco. Quando il liquido del pennarello fluisce un po’ più denso, sul foglio, resta una traccia di scrittura un po’ più visibile; ma in genere bisogna inclinare il foglio controluce, per vedere qualcosa, e comunque dura poco. (…)Mano a mano fisso i fogli alle pareti con delle puntine. L’indomani i fogli sono asciutti e bianchi; solo qua e là, forzando la vista, si riesce a scoprire qualche slumacatura, qualche arabesco dove l’inchiostro s’è ingiallito”.
Andando avanti c’è il passo dove Gramigna parla dei segni grafici di una lingua sconosciuta: “un formicolio di animaletti neri con piccole code e piccole zampe”: dovrebbe essere scrittura, essendo la pagina di un libro, e “non cacatine su un vecchio muro del Cairo”. Ma se un insettuccio si muove e poi anche le altre formichine, il fiotto degli insetti si riordina in una pagina leggibile, in una forma di nuovo familiare. Più avanti Coen, il personaggio principale, passando per lo studio dà un’occhiata al libro di Freud: gli animaletti sono al loro posto e presentano un discorso comprensibile.
Ancora oltre Gramigna ci dice che le parole arrivano dal passato recente e remoto, e da luoghi presenti e lontani e hanno sufficiente storia, forza e autonomia da condurre il gioco del racconto e la mano dell’autore. Le parole vincono la partita.
Poi ci sono anche – felice espressione – le “parole per allodole”.
Altro evento linguistico su cui l’autore si sofferma molto è la deformazione lessicale. Con le sue ambiguità allusive stimola la circolazione del piacere che spesso invece la codificazione del lessico e la sua continua ripetizione soffocano. Si può dire senz’altro che l’uso delle parole prescritto e autorizzato dal vocabolario può frenare l’energia pulsionale. A questo proposito leggo a pagina 46: “In effetti non sono le lingue della città, vociate un po’ da tutti, calmucchi e kirghisi, celti o cimbri avanzà del mazz… a farsi il mazzo l’un l’altro… cimmeri o milanesi con la coda… piuttosto pasteurizzate da una lingua sola, una slingua come Simurgh. Quel che senti o traudisci e non c’è verso d’infilarlo col vespillone come coleottero, non è il parlottio dell’Im-mondo ma dell’Im-proprio – che si sramifica, circumambulaindove che il romancero c’è e non c’è; romanceroscrittibile a sola condizione di non scriverlo”.
Per Gramigna questa scrittura non è un gioco con le parole, motti di spirito o altro, ma è una necessità: è scoprire ciò che sta sotto la scrittura normale e sotto lo scrittore normale.
Dunque la scrittura a Milano, nelle vie di Milano: non tanto i personaggi e nemmeno l’autore quando si cita nelle ultime pagine, ma la scrittura. La scrittura tra veglia, sonno e sogno, tra conoscenze comuni e acquisizioni letterarie, tra intelletto e corpo, la scrittura sempre e il Nulla che l’accompagna.
Ѐ la scrittura che attraversa Milano, lei che vede, gode, fugge, ritorna. Ѐ lei la protagonista del racconto.

 

Cesare Viviani


Giuliano Graminga, Casa Freud (Interlinea 2019) scheda del libro: https://www.interlinea.com/scheda-libro/giuliano-gramigna/casa-freud-9788868572747-434789.html

Casa Freud

Un racconto sperimentale inedito

di Giuliano Gramigna

editore: Interlinea

pagine: 80

È un labirinto milanese questo testo sperimentale inedito di Giuliano Gramigna in cui la città e la letteratura creano un cortocircuito con la psicoanalisi, tra eventi storici e incontri reali o sognati con donne dalle dimensioni felliniane. Lo scrittore e critico letterario del “Corriere della Sera” ci accompagna in «una peregrinazione che non è tanto geografica quanto esistenziale, come per strati», come scrive Giuseppe Lupo citando una dichiarazione dell’autore: «Freud è stata l’altra vera e più importante via di damasco della mia vita». Così questo racconto induce il lettore a interrogarsi sul senso e sull’ordine dati alla propria esistenza.

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