Con il suo ultimo romanzo Castelnuovo voleva farsi lui stesso promotore di giustizia, verità e civiltà, in un momento storico che lo preoccupava e che di lì a breve avrebbe condotto l’Europa verso un abisso di intolleranza, barbarie e sofferenza. Sicuramente quando lo scrisse, l’autore non poteva immaginare che il suo Moncalvo a distanza di più di cento anni sarebbe rimasto un romanzo di grande attualità. La storia, purtroppo, si ripete e lo spettro di antichi pregiudizi e rinnovate intolleranze riappare oggi in nuove e preoccupanti vesti.
«Chi aveva la gloria, chi la ricchezza, chi il blasone; la felicità non l’aveva nessuno»: è quasi un’epopea quella dei Moncalvo, famiglia di un ricco banchiere ebreo che vive a Roma e cerca con ogni mezzo di entrare a far parte dell’aristocrazia reazionaria papalina cui si contrappone la figura del fratello Giacomo, austero scienziato positivista. Il libro di Enrico Castelnuovo (1839-1915), in fase di riscoperta e di studio nelle università americane, è uno dei testi tipici del realismo tardoromantico a cavallo del 1900 dentro «il ritratto quasi buddenbrookiano di una famiglia ebraica tra l’ansia di riconoscimento sociale e la fedeltà ai valori della scienza». A cura di Gabriella Romani con una nota di Alberto Cavaglion che definisce I Moncalvo un avvincente «romanzo a tesi».
Inserisci un commento