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Quello che vedo: lo sguardo di Valeria Rossella

Quello che vedo: lo sguardo di Valeria Rossella Quello che vedo: lo sguardo di Valeria Rossella
Nel nuovo libro di Valeria Rossella, Quello che vedo, la realtà viene osservata e raccontata dallo sguardo unico del poeta: un viaggio tra quelle cose che vediamo ogni giorno ma che hanno una lettura altra, sospesa e nascosta.
Nei versi di questa raccolta si invita a riflettere sulla possibilità di una visione parallela della vita quotidiana, dove l'invisibile si concretizza nella poesia scavalcando i sensi del visibile.




Delle cose che il poeta vede e che hanno pari grado di esistenza ma si manifestano diversamente: è ciò di cui parla questo libro di poesia perché è la ragione della poesia stessa. Le visibili passano per i sensi, le invisibili amplificano la realtà, tanto che «la realtà cambia di grado e sale / rapidamente una febbre nelle immagini». È allora una giostra struggente come la vita che, nel suo inarrestabile moto perpetuo, ci restituisce un eterno presente, dove schizzo dal vero e visione convivono: «Vengono a trovarmi gli amici, ma da giovani, / emergono dal permafrost degli anni, / sgranati nel temporaneo disgelo», nella certezza che «il vecchio dio cieco ci vede come ombre» e che, infine, «il grido / che annuncia l’alba pare di un uccello / invece è il tempo che piange ininterrotto».



L'autrice
Valeria Rossella è nata nel 1953 a Torino, dove è tornata a vivere dopo un lungo soggiorno romano. Tra le sue raccolte di poesie L’anima del violino (Galleria Pegaso Editrice, Forte dei Marmi 1996), Il luminaio (Crocetti, Milano 2003), La città di Kitež (Aragno, Torino 2012). è anche traduttrice dal polacco: ha curato tra l’altro la versione di un’ampia scelta dell’epistolario chopiniano (Il Quadrante, Torino 1986) e, di Czesław Miłosz, premio Nobel 1980, un’antologia di poesie (La fodera del mondo, Fondazione Piazzolla, Roma 1996) e il Trattato poetico (Adelphi, Milano 2011).

Un'estratto:
Aubade

Il passo sciancato del vento tra le foglie
è simile a quello del mio amore è simile
alla morta farandola che i gusci degli insetti
danzano con le immagini dei ragazzi col piercing e l’aritmia cardiaca
negli specchi dei bar che chiudono alle quattro del mattino
quando tramontano gli occhi imperturbati della notte
gelidi sfaccettati occhi di mosca.
È ottobre:
il vecchio dio cieco ci vede come ombre.
Qualcuno smonta il turno con le ambulanze e i camion
della nettezza urbana, e il grido
che annuncia l’alba pare di un uccello
invece è il tempo che piange ininterrotto

Del Padre solo la mano che sbuca nel catino dorato delle absidi
(ché il firmamento è sbalzato da un orafo e rischiarato
da lucerne, oh no, da cacciatori e vergini e cani e linci e ofiuchi)
solo la mano sospesa sulla marea di orme per millenni salita
a consumare i pavimenti musivi, riempire le navate
Soldati, madonne e pescivendole, malati con bende puzzolenti
o altere teste rette da un soggolo
biodegradabili nel vostro
temperamento melanconico o collerico, pugno
di larve e di formiche, dite
quant’è il vostro cielo contrariato invalicabile, l’acqua sua
innavigabile e imbevibile        Ditelo, guizzando nel vostro
fugace splendore inconoscibili
Mano divina dividere perché
la casa dei corpi da quella delle anime
ronzanti per i monolocali di un infinito condominio come
una corrente elettrica senza sfogo
come un fuoco che il tuo vento spinge per le scale
Elì Elì
le foglie macchiate dalla tisi si sollevano
su migliaia migliaia di piedi
che hanno infine raggiunto la loro vera orma

Alzati dal tuo trono, notte macchiata di plasma nucleare
che astronomi e poeti battezzarono
asteria mingxīng alnujum
abbi pietà degli occhi che non dormono, della loro solitudine appestata
Non ti posare sulle reliquie delle ali che mi sostengono le spalle
            Gli iugeri di luce
che getta il carro del sole nella sua corsa regolata dal ritmo
dell’eterno metronomo più non può vedere
chi le difendeva con amorosa lorica
            Dalla tua stretta laringe, un Bosforo
salato e sanguinario, esce una lingua dolorosa
e non pensavo si insinuasse qui, e s’insinuasse a fil di spada,
e mi contasse le vertebre, e prorompesse
e mi facesse dire circondami le spalle, fa tornare le nuvole
calde di maggio, a giugno le ciliegie, allontana i messi del nemico,
i cani magri, le tortore lamentose, le trame malefiche e leggiadre
di cicute e papaveri nell’erba a fil di strada che calpesto


Quello che vedo

di Valeria Rossella

editore: Interlinea

pagine: 72

Delle cose che il poeta vede e che hanno pari grado di esistenza ma si manifestano diversamente: è ciò di cui parla questo libro di poesia perché è la ragione della poesia stessa. Le visibili passano per i sensi, le invisibili amplificano la realtà, tanto che «la realtà cambia di grado e sale / rapidamente una febbre nelle immagini». È allora una giostra struggente come la vita che, nel suo inarrestabile moto perpetuo, ci restituisce un eterno presente, dove schizzo dal vero e visione convivono: «Vengono a trovarmi gli amici, ma da giovani, / emergono dal permafrost degli anni, / sgranati nel temporaneo disgelo», nella certezza che «il vecchio dio cieco ci vede come ombre» e che, infine, «il grido / che annuncia l’alba pare di un uccello / invece è il tempo che piange ininterrotto».

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