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Giulio Einaudi, ricordo di un grande editore (secondo Sebastiano Vassalli)

Giulio Einaudi, ricordo di un grande editore (secondo Sebastiano Vassalli) Giulio Einaudi, ricordo di un grande editore (secondo Sebastiano Vassalli)

Sebastiano Vassalli ha concesso a Interlinea un’edizione del suo romanzo forse più amato perché molto autobiografico, L’oro del mondo, scrivendo apposta per questa nostra edizione un testo in appendice in ricordo del suo più grande editore fin dall’esordio nel 1968, Einaudi, ricordato anche in un’intervista video. In anteprima pubblichiamo parte del testo in uscita come omaggio a chi ama l’editoria letteraria, un grande scrittore e un grande editore.

Una dedica a Giulio Einaudi, per il “suo” romanzo

Secondo il progetto iniziale, questo romanzo avrebbe dovuto raccontare il naufragio di una nazione, l’Italia, nella seconda guerra mondiale. Il Paese che era arrivato all’unità politica con Mazzini e Garibaldi, con Cavour e con i Savoia; che si era messo alla prova nelle trincee della Grande Guerra e che poi aveva trovato il suo carattere unitario con il “fascismo” di Mussolini e compagni, io l’avevo intravvisto nei miei primissimi anni di vita in un turbinio di divise grigioverdi, di fanfare, di bollettini di guerra e di proclami letti alla radio da una voce marziale. Tutto, poi, si era dissolto in una data: l’8 settembre 1943, in cui la fantasia dei miei connazionali aveva collocato un evento, anzi una parola, la parola “armistizio”, che avrebbe dovuto spiegare il prima e il dopo e invece non spiegava niente. Ciò che era successo a partire da quella data in realtà era una catastrofe di proporzioni mai viste, per quanto si andasse indietro nel tempo: con milioni di uomini allo sbando, abbandonati a sé stessi in due, tre, quattro continenti diversi. Con il nostro Paese invaso da nord e da sud, da uomini di tante nazionalità che non sarebbero bastate le dita di una mano a contarle, ci volevano anche quelle dell’altra. Con gli italiani impegnati a combattersi tra loro in una guerra fratricida. Quella catastrofe doveva essere la materia del mio racconto; ma il progetto era troppo ambizioso e dopo averne verificato l’impossibilità sono stato costretto a metterlo da parte.
Ho ripiegato su una storia più limitata, con un protagonista che doveva avere il mio stesso nome e doveva parlare con la mia voce. Volevo che il mio racconto sembrasse autobiografico senza esserlo o, meglio, senza esserlo del tutto. Un personaggio preso dalla realtà ci sarebbe stato e sarebbe stato il padre di Sebastiano. «L’infame», come l’avrei chiamato nel romanzo, era una figura in parte simbolica: era il carattere nazionale che ereditiamo dai nostri genitori al momento di nascere, ma era anche il padre anagrafico del protagonista. Era una persona che conoscevo bene: mio padre. La narrazione, poi, si sarebbe dipanata seguendo il filo della memoria in tre tempi: il passato remoto, il passato prossimo e il presente, a cui dovevano corrispondere tre diverse forme della scrittura. Tre stili, secondo un canone antico ma tuttora valido. Il passato remoto sarebbe stato il tempo della catastrofe e dello stile tragico; il passato prossimo avrebbe rappresentato il tempo della nostalgia e quindi dello stile elegiaco; il presente, infine, mi avrebbe consentito di mettere in scena, in stile comico, l’eterna commedia umana. Al presente sarebbero appartenuti il protagonista e il padre del protagonista con la sua fidanzata, l’editore con la sua casa editrice perennemente sull’orlo della bancarotta, il fantasma di Vittorio Emanuele incontrato in treno e gli altri personaggi del mio racconto.
Correva l’anno 1986. La casa editrice Einaudi, dopo aver rischiato il fallimento e la chiusura come la casa editrice di cui si parla nell’Oro del mondo, era stata data da amministrare a un avvocato torinese nominato dalla politica; ma i responsabili dei vari settori erano rimasti quasi tutti al loro posto. L’editore, estromesso dalla sua creatura, aveva potuto rientrarci come consulente. La realtà stava imitando la finzione o, al contrario, era il romanzo che imitava la realtà in forme grottesche?
Mandai il frutto delle mie fatiche alla casa editrice. La risposta tardava e così, nel mese di marzo del 1987, andai a Torino per conoscere le ragioni di quel silenzio. Parlai con il direttore editoriale e con un altro dei capi di allora. Mi dissero che il mio romanzo: L’oro del mondo, non era pubblicabile e che era stato rifiutato per una serie di ragioni che mi elencarono e che, dopo quasi trent’anni, non ricordo più. Io, tengo a precisarlo, sono sempre stato severo con me stesso e ho sempre accettato le critiche; ma c’era qualcosa di poco convincente in quei discorsi e in quella situazione. Qualcosa che non riguardava ciò che avevo scritto ma me personalmente. Ripresi il mio scartafaccio e me ne andai, pensando che mi sarei rivolto a un altro editore. Per ciò che mi era stato detto, e per come si era svolto il colloquio, il mio rapporto con la casa editrice Einaudi finiva lì.
Non sapevo, e forse non lo sapevano nemmeno i miei interlocutori, che il “consulente editoriale” Giulio Einaudi si era procurato una fotocopia del romanzo e se l’era portata a Roma.
(Ancora oggi, ignoro perché L’oro del mondo sia stato rifiutato. La prima e più probabile delle ipotesi è che la mia presenza tra gli autori della casa editrice disturbasse qualcuno. Quegli anni dell’“amministrazione controllata”, con l’avvocato torinese che di libri non capiva granché, furono un interregno molto adatto per i regolamenti di conti. Un’altra ipotesi, però a mio parere meno probabile, è che la rappresentazione grottesca che avevo fatto dei guai dell’editore e della casa editrice fosse sembrata sconveniente; e che si fosse voluto difendere il buon nome dell’azienda mettendomi alla porta. Chissà).
Trascorsero tre o quattro giorni. Una mattina presto, saranno state le otto, suona il telefono. «Sono Natalia Ginzburg», mi dice una voce di donna. «Non ci conosciamo ma Giulio Einaudi ieri sera mi ha dato da leggere il suo libro e l’ho trovato bellissimo».
Ed eccoci alla ragione della dedica.
Giulio Einaudi non soltanto aveva letto L’oro del mondo,comprese le pagine sull’editore e sulla casa editrice in “amministrazione controllata” e gli era piaciuto, ma l’aveva fatto leggere ai maggiori autori e consulenti della ex sua casa editrice. Qualche anno dopo questi fatti, il nuovo direttore editoriale dell’Einaudi, Piero Gelli, mi mostrò una “scheda”, cioè un giudizio di lettura di Giorgio Manganelli. Quella scheda riguardava il mio romanzo ed era stata scritta nei giorni immediatamente successivi a quelli del rifiuto. Non ricordo le parole esatte ma ricordo che mi commossi, perché più che del manoscritto che gli era stato dato in lettura, Manganelli parlava di me quasi come di un figlio…
L’oro del mondo arrivò in libreria con il marchio Einaudi di lì a pochi mesi, all’inizio dell’autunno di quello stesso anno 1987. L’editore volle scegliere l’immagine di copertina: un’opera giovanile di Sironi, e volle presentare il nuovo libro a duecento librai con una cena a Bologna sotto le due torri che, credo inconsapevolmente, fu l’addio alla sua “vecchia” casa editrice. Anche se lui, poi, ha continuato ad esserci finché è vissuto: dopo quella cena sono arrivati i nuovi proprietari, sono arrivate le Formiche di Del Buono e Dalai e la collana “Stile libero”, sono arrivate la Mondadori di Berlusconi e l’attuale gestione, che ha saputo compiere il miracolo di trasformare l’Einaudi in una casa editrice come tutte le altre. Dallo straordinario all’ordinario: ma così va il mondo.
Natalia Ginzburg, che poi avrei rivisto in altre circostanze e con cui sono rimasto in rapporto fino alla sua morte avvenuta purtroppo di lì a pochi anni nel 1991, fu la madrina del libro e della serata. Quella notte, a Bologna, dormimmo in un albergo vicino al municipio e io quasi non chiusi occhio per via dell’orologio che, implacabile, batteva le ore. Ricordo di essermi preoccupato per l’editore, che aveva già settantacinque anni. Quando glielo dissi alla mattina, mi guardò con aria compassionevole: «Sei tu che sei un nevrotico», mi rispose. «Io ho dormito benissimo».
Una sola volta, scherzando, Einaudi si lamentò con me per come era stato rappresentato nell’Oro del mondo: «Non ho mai chiesto ai miei autori», mi disse, «di scrivere storie d’amore». Ma quando Rizzoli volle fare un film tratto dal mio romanzo, e incaricò il regista Giacomo Battiato di occuparsene, Einaudi accettò di interpretare sé stesso: l’editore. Purtroppo però non se ne fece nulla perché Angelo Rizzoli, dopo qualche mese, fallì.
Un altro regista che progettò di fare un film partendo dall’Oro del mondo fu Paolo Virzì. Venne a trovarmi e ne parlammo: ma anche lui, poi, non riuscì a realizzarlo, credo per le solite questioni di soldi.
Giulio Einaudi, mancato nel 1999 all’età di ottantasette anni, è stato il più grande editore italiano dopo Aldo Manuzio e un protagonista della cultura del Novecento. Io però voglio concludere questa carrellata di ricordi con un episodio che non si riferisce a lui ma al tema centrale del mio racconto, cioè al carattere nazionale degli italiani. Nella primavera del 1988 mi capitò di essere invitato dall’Istituto Storico della Resistenza di una città dell’Italia settentrionale: non dico quale, perché purtroppo l’episodio è autentico e non voglio che il protagonista sia riconoscibile. Ci fu un incontro, in quella città, con alcune classi delle scuole medie superiori e il presidente dell’Istituto che l’aveva organizzato, un ex partigiano, dovette dire qualche parola per presentarmi. Dai riferimenti che fece al mio libro, si capì che ciò che più l’aveva impressionato era la figura del padre di Sebastiano, e che quell’impressione non era stata del tutto negativa.
La cosa mi stupì, ma la attribuii a una lettura del testo un po’ troppo frettolosa; e, naturalmente, non dissi nulla.
Soltanto dopo che l’incontro fu finito, con tutto il tatto possibile cercai di spiegare al mio interlocutore che l’«infame», oltre a essere un suo coetaneo, era stato anche un suo nemico e un nemico dell’Italia libera.
Mi rispose alzando le spalle: «È un mascalzone, lo so, ma è un vero uomo».
Disse proprio così e dopo un attimo di silenzio aggiunse: «Ce n’erano anche tra noi dei tipi come lui».
Se ancora avevo delle illusioni sul carattere nazionale degli italiani, quel giorno ho smesso di averle.

Sebastiano Vassalli

Maggio 2014


L'oro del mondo

di Sebastiano Vassalli

editore: Interlinea

pagine: 208

"Viviamo per quelle poche pagliuzze di felicità che rimangono in fondo alla memoria come l'oro sul fondo della bàtea"

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