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Requiem

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Requiem
titolo Requiem
autore
curatore
argomenti Spiritualità Poesia e spiritualità
Spiritualità
collana Passio, 50
marchio Interlinea
editore Interlinea
formato Libro
pagine 112
pubblicazione 2014
ISBN 9788882129477
 
Promozione valida fino al 31/12/2021
12,00 11,40
 
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Allineando le parti di un’ideale messa di requiem (negli occhi il grande affresco michelangiolesco, nell’anima la musica di Mozart e di Verdi) la Gnemmi conduce una dolorosa, straziata meditazione sul male della storia, con lo sguardo tuttavia rivolto allo sfolgorante ritorno finale del «giusto indifesa follia che disarma, apre i cuori, perdona ai fratelli caini, sacrificio riparatore».
 

Biografia dell'autore

Enrica Gnemmi

Enrica Gnemmi iniziava la sua attività letteraria oltre sessant’anni fa; era nata a Sesto Calende (in provincia di Varese) nel 1922, si era laureata in Lettere nel 1947 e insegnava nelle scuole superiori. Da allora – per più di mezzo secolo e fino alla morte da lei stessa cercata nel 2004 – la Gnemmi ha dedicato la sua intera esistenza, oltre che alla scuola (fino alla pensione nel 1985) e alla musica (era diplomata in pianoforte), a una inesausta attività di scrittura, prima nel teatro e nella narrativa, poi in quella forma tutta sua che lei chiamava ‘capriccio’: una scrittura sempre nutrita di profondi studi e di vaste letture (dei quali e delle quali era testimonianza la sua ricca biblioteca), ma anche di una vigile e critica attenzione alla realtà contemporanea. Presso Interlinea è stato pubblicato nel 2011 il romanzo Il muro di Berlino, a cura di Paolo Zoboli; nel 2014 è uscito Requiem per la collana Passio.

Un brano del libro


I cipressi


Via dei cipressi,
           danza di Arianna,
                       calvario di afflizione,
                                     Labirinto sacro.
Ovattato Nulla,
     carezza di nebbie,
                 torri di Alys,
                              campi di aneto.

Melanconia di audacie sepolte,
nostalgia di speranze distrutte,
magia di sovrumane certezze
smarrite
cadute
finite nel gorgo del Sempre.


Il labirinto

Isotta giocava nel giardino di lecci.
La veste le si avvolgeva bianca, intrico ai ginocchi. La tolse e la corta tunica svelò le gambe snelle, le spalle delicate, il petto acerbo. La palla splendeva d’oro e Isotta la lanciava, la riprendeva, correva verso il sole, poi le sfuggì di mano. Ebbe un attimo di esitazione, la fanciulla, e un vecchio – occhi fonti di dee – venne, le porse la palla, «Come sei bella, Nausicaa», disse e si perse nell’intrico verde. Da quel giorno Isotta fu Nausicaa.
Passarono le stagioni colme di grappoli, fiori di attese, nubi trafitte da tormenti impalpabili. Venne lo straniero coperto di alghe, narrò la peregrinazione: «Solo per il mare, ne la risucchiata bava che il vento sorto da misteriose profondità e subito cessato alza, abbassa, offre all’ira, alla bonaccia».
Venne il forte iddio traboccante violenza.
La serica veste fu strappata. Isotta divinamente invasa fu ebbra di rinnovate esperienze sempre diverse nel fluire di perenni abbandoni, di possessi, di smarrimenti.
Venne il coreuta e Clitemnestra aggrappata alla giovinezza ignara di perdono chiese pietà. Immobile tra ciclopiche mura conobbe la passione, la tortura della carneficina necessaria, l’umiliata degradazione dell’odio di Elettra, la follia di Oreste abbracciato alle Furie. Isotta-Clitemnestra danzò al flauto dell’auleta e amore-morte si spensero nella trasfigurazione che avrebbe dovuto placare il tormento della insaziabilità devastatrice e dare senso a ciò che le appariva giorno dopo giorno falsa pantomima, inutile spreco. Venne allora il giovane eroe, armò la sua mano per l’illimitato di là dal bene e dal male, accese in lei il delirio per donare all’uomo la humanitas smarrita, la pietà distrutta da secoli di alterigia, di ingiustizia ammantata di necessità, di protervia contro la debolezza.
Dopo l’ecatombe sarebbe venuta la fraternità, ma prima il sangue avrebbe irrorato le zolle della storia. Contro il potere per il non potere della libertà, splendido fiore di conquistata ferocia perché nessuna ferocia sia più tollerata. Similia similibus curantur. Il dipanarsi dei giorni le portò inaspettata assuefazione e noia e l’anima si consegnò al fallimento, alle esitazioni, alle improvvise effimere resurrezioni, alle catastrofi sempre più immense e totali.

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