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Di Orta un Po

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Di Orta un Po
titolo Di Orta un Po
sottotitolo Scrittori torinesi in riva al lago
curatore
con testi di
argomento Letteratura Narrativa italiana
collana Biblioteca di narrativa, 20
marchio Interlinea
editore Interlinea
formato Libro
pagine 134
pubblicazione 2010
ISBN 9788882127459
 
Promozione valida fino al 31/12/2020
10,00 9,50
 
risparmi: € 0,50
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Disponibile anche nel formato

Informazioni importanti

Con un racconto introduttivo di Laura Pariani e racconti inediti di Alessandro Defilippi, Gian Luca Favetto, Fabio Geda, Davide Longo, Alessandra Montrucchio, Margherita Oggero, Giancarlo Pastore, Sergio Pent, Alessandro Perissinotto ed Enrico Remmert
«Prima viene il fascino di una terra a riflesso, poi viene il riflesso della letteratura» scrive Giovanni Tesio nella presentazione di questo libro che raccoglie, «in una piccola antologia di voci, le suggestioni che alcuni scrittori torinesi hanno tratto dalla consuetudine o dall’occasione di Orta. Unica eccezione ammessa, la voce di Laura Pariani» ormai diventata, grazie alla residenza ortese, una sorta di nume tutelare del luogo. Un’occasione per trovare insieme gli stili e le trame di Alessandro Defilippi, Gian Luca Favetto, Fabio Geda, Davide Longo, Alessandra Montrucchio, Margherita Oggero, Laura Pariani, Giancarlo Pastore, Sergio Pent, Alessandro Perissinotto ed Enrico Remmert.
 

Se n’era andato, finalmente.
Delfina, appoggiata al davanzale della finestra, guardava il panorama incantevole del lago e si sentiva invadere da una tranquillità appagata, da un senso di benessere che poteva quasi essere scambiato per felicità.
Piazza Motta, barche e barcaioli, bambini che giocavano a rincorrersi, un cane minuscolo che accompagnava il padrone con passettini affrettati, due donne intente a una lunga chiacchiera. E, in mezzo al lago, l’isola con il convento delle Benedettine, un’oasi di pace silenzio e preghiere a contrastare il rumore insensato e la discordia urlante dell’intero mondo.
Anche lei si sentiva in pace, perché un capitolo amaro della sua vita si era chiuso, e sopra quel capitolo poteva finalmente apporre la scritta The end, come nei film messicani libanesi iraniani irlandesi e americani. Quei film che andava a vedere al cineforum di Omegna e talvolta a Novara, e mentre lui, Saverio, sbuffava impaziente appena svaniva l’ultima inquadratura alzandosi per andare via in fretta, lei restava lì seduta a veder scorrere i titoli di coda, e leggeva la sfilza di personaggi e interpreti, regista montatori fonici direttori della seconda e terza unità, parrucchieri truccatori costumisti eccetera eccetera fino al responsabile del servizio di catering. Non che le importasse qualcosa dei loro nomi e del loro lavoro e neppure fantasticava sulle loro vite, ma le piaceva che le cose, tutte le cose, si chiudessero in modo ordinato e definitivo, senza strascichi, senza pendenze. (da The end di Margherita Oggero)

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