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«Queste nostre benedette lettere»

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«Queste nostre benedette lettere»
Titolo «Queste nostre benedette lettere»
Sottotitolo Carteggio (1928-1974)
Autori ,
Curatore
presentazione di
Argomento Letteratura (narrativa, poesia, saggistica...) Saggistica letteraria
Collana Biblioteca di Autografo, 21
Marchio Interlinea
Editore Interlinea
Formato
Formato Libro Libro
Pagine 228
Pubblicazione 2025
ISBN 9788868576288
 
20,00 € 19,00 €

 
risparmi: 1,00 €
Spedito in 2-3 giorni

Disponibile anche nel formato

Dalle lettere scritte in quasi mezzo secolo tra Cesare Angelini ed Enrico Falqui emerge uno spaccato della letteratura italiana tra 1928 e 1974. La corrispondenza prende avvio in occasione dell’allestimento di un’antologia: «andremmo molto d’accordo – se ci trovassimo insieme – nel leggere i poeti e le loro parole». La miccia è accesa e i due finiscono per scoprirsi amici, indirizzandosi testi proprî e altrui in un confronto che, di fatto, non si interromperà più, nel segno della letteratura come vita e della civiltà della carta. Scrive Giuseppe Antonelli nell’introduzione: «l’unica tecnologia che nelle lettere poteva frapporsi tra i due interlocutori era quella della macchina da scrivere. “La testa è una e la nostra penna non ancora funziona a macchina”, afferma a un certo punto Falqui. A rileggerlo oggi, in anni in cui sempre più testi – lettere comprese – vengono scritti dalle cosiddette intelligenze artificiali, suona quasi come un monito».

 

Biografia degli autori

Cesare Angelini

Cesare Angelini (1886-1976) nasce in una famiglia semplice della Bassa pavese, per sempre suo paesaggio dell’anima (lo lascerà solo per un paio di pellegrinaggi in Terrasanta e per qualche puntata alla Pro Civitate di Assisi). Sacerdote nel 1910, è chiamato dal vescovo Giovanni Cazzani a Cesena. Qui conosce Renato Serra, che lo introduce nel mondo della “Voce”. Tornato a Pavia, si dedica alla cura d’anime prima di essere chiamato alle armi come cappellano militare allo scoppio della Grande Guerra. Al fronte conosce Tommaso Gallarati Scotti e Carlo Linati. Negli anni venti pubblica Il lettore provveduto e Il dono del Manzoni, cui seguiranno diversi altri titoli. Collabora a riviste come “Il Convegno” e più tardi a quotidiani come “Il Resto del Carlino” e infine il “Corriere della Sera”. Ma partecipa anche all’esperienza di “Primato”, la rivista promossa dal gerarca fascista Giuseppe Bottai e aperta anche a intellettuali non schierati. Dal 1939 al 1961 è rettore del Collegio Borromeo. Qui invita i più bei nomi delle nostre lettere e fonda i “Saggi di Umanismo Cristiano”. Nel dopoguerra collabora specialmente con l’editore Vanni Scheiwiller, per cui pubblica raffinati libretti All’insegna del Pesce d’Oro. Tra di essi, nel 1970, Questa mia Bassa (e altre terre), suo libro eponimo (una cui nuova edizione è in programma da Interlinea).


Enrico Falqui

Enrico Falqui nasce a Frattamaggiore di Napoli nel 1901 da genitori sardi. In un autoritratto dice di avere esercitato per tutta la vita, «bene o male, a torto o a diritto, la professione del critico letterario», ammettendo di non disporre di alcun titolo accademico.
Nel 1929 a Roma prende avvio “L’Italia Letteraria” (già “Fiera Letteraria”, milanese): Falqui ne diviene redattore capo, sotto la direzione di Giovanni Battista Angioletti. Con Falqui e Angioletti la rivista diviene un avamposto della critica letteraria, luogo di espressione degli autori della letteratura novecentesca. In questi anni matura la posizione di un Falqui dai tratti neoclassici, in cui prevale il richiamo all’ordine, alla prosa d’arte. Non è un caso che la biografia e bibliografia di Falqui siano costellate di antologie, opere selettive che consentono all’autore di filtrare consapevolmente ciò che sarà proposto al lettore.
Tra il 1934 e l’anno successivo Falqui si lega alla scrittrice Gianna Manzini, che sempre gli resterà accanto, compagna di lavoro e di vita: «Lavorare insieme conservando, ad ogni costo, indipendenza intellettuale, entusiasmo, sorriso» (lettera di G. Manzini a Falqui, Siena, 1° marzo 1935).
La visione attualizzante del proprio impegno letterario porta Falqui a scontrarsi con ideologie ed estremismi politici che tentano di insinuarsi nelle arti, come ci è testimoniato dalle pagine della raccolta Sintassi, ove esprime riserve non velate circa «ogni produzione poetica in cui la politica faccia sentire troppo il suo peso». Se i bersagli di queste righe erano alcune antologie del Ventennio, è pure vero che, allo stesso modo, Falqui prenderà le distanze dal neorealismo politicizzato del fronte opposto.
Da militante di zelo e passione quale era, a volte bellicoso, Falqui non resta indifferente alla discesa in campo dell’Italia fascista nel secondo conflitto mondiale. Nell’autunno del 1942 prende parte al congresso degli scrittori europei di Weimar con grandi nomi della cultura contemporanea, molti anche gli italiani. Vittorini, pure presente, ricorda la presenza vivace di Falqui che definì il convegno «un covo di cretini».
Negli anni della guerra si segnala la sua frequentazione a testate liberali, tra cui spicca “Risorgimento liberale”. Qui Falqui recensisce la letteratura memorialistica di quegli anni. Dal 1946 è segretario della risorta “Fiera Letteraria”, dal ’48 dà avvio a una lunga collaborazione con “Il Tempo” che durerà sino al 1966.
Dal 1954 Falqui dà avvio a una raccolta di tutti i suoi interventi: l’opera, di lunga gestazione, prende il nome di Novecento letterario (Firenze 1954-1969).
Falqui dà vita e collabora a varie collane per Bompiani, Garzanti, Mondadori e altri editori, lavorando «senza spavalderia, ma con tenacia» sino agli ultimi giorni, come ci è testimoniato dal carteggio con Angelini.
Falqui muore a Roma il 16 marzo 1974 lasciando una vasta produzione che spazia dalla saggistica alla bibliografia, dall’antologia al giornalismo, oltre alle molte edizioni di testi da lui curate. Le sue carte sono conservate a Roma, presso l’Archivio del Novecento dell’Università Sapienza.

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