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Natale e Satana e altri racconti

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Natale e Satana e altri racconti
titolo Natale e Satana e altri racconti
autore
argomento Letteratura Narrativa italiana
collana Nativitas, 44
marchio Interlinea
editore Interlinea
formato Libro
pagine 160
pubblicazione 2006
ISBN 9788882125844
 
Promozione valida fino al 31/12/2020
10,00 9,50
 
risparmi: € 0,50
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Una lettera misteriosa che arriva da Venezia, un ospite inatteso, un Natale che cambia la vita del pio antiquario Ariberto Malcotti, riannodando i fili del presente e del passato. Natale e Satana è il racconto che dà il titolo a questa sorprendente raccolta di storie di Mario Soldati, tutte ambientate nell'atmosfera del Natale. Una galleria di personaggi disegnati con acuta ironia e paradossale dolcezza: la malinconica Iride nel suo triste paesino di montagna, la devota Pauline nella Parigi del giansenismo, il dolente professor Comorio "ultimo torinese" e molti altri.
 

Biografia dell'autore

Mario Soldati

Mario Soldati, scrittore e regista cinematografico, nacque il 17 novembre 1906 a Torino. Qui compì i primi studi presso i Gesuiti, poi si laureò in Lettere e in seguito frequentò a Roma l’Istituto superiore di storia dell’arte. Nel 1929 conseguì una borsa di studio e si recò in America, dove rimase fino al 1931 e da cui nacque il primo libro America, primo amore. Nel corso della sua lunga carriera accostò all’attività di giornalista e narratore quella di autore cinematografico, portando sullo schermo numerosi romanzi della fine dell’Ottocento. Morì a Tellaro, nei pressi di La Spezia, nel 1999. Nel corso del 2006 ricorre il centenario della nascita di Soldati. L’anniversario è stato ricordato con diverse iniziative in tutta Italia.

Un brano del libro

L’espresso col timbro postale di Venezia, che la portinaia gli consegnò, aveva l’indirizzo scritto a macchina: era molto probabile, si disse il vecchio antiquario cominciando a salire i duri cinque piani che portavano al suo alloggio, era molto probabile che fosse dell’amico e collega Nello Buranello.
Aveva, ormai, un metodo per arrivare fino su senza che gli prendessero le palpitazioni: si fermava, a ogni pianerottolo, un tempo almeno uguale a quello che era stato necessario per superare la rampa immediatamente precedente. E come occupava quel tempo? Qualche volta, nel modo più semplice: contava: e contava con lo stesso ritmo col quale aveva contato i gradini, che erano, per i primi due piani, sette e tredici, alternatamente: dal terzo in su, cinque e undici, ma più ripidi. Altre volte, pregava. Quando superava il terzo piano, cominciava a vedere, dalla finestrina del piccolo pianerottolo intermedio, tra l’uno e l’altro dei veri e propri piani di abitazione, l’immenso intrico delle terrazze e dei tettucci, color albicocca marcia, color argilla, color polvere, e i pergolati, e i rampicanti, e le piante in cassa, e le tende e le incannucciate e le baracchette di legno, e qua e là, disordinatamente, l’arco gotico e murato di una torre medievale, il rosone barocco della fiancata di una piccola chiesa (lui solo sapeva che chiesa era!), un’abside, una cupoletta, un campanile, un altro campanile: e sopra tutto, al di là di tutto, infinitamente più importante di tutto, il cupolone di San Pietro. Specialmente d’inverno, e specialmente nelle giornate senza sole, come era appunto quella vigilia di Natale, terrazze e tetti erano deserti. Non c’era nessun giardiniere, nessun ragazzo a badare ai fiori o alle spalliere verdi. Nessuna donna a stendere i panni. E il vecchio antiquario Ariberto Malcotti era contento di non vedere nessuno. Sospirava di sollievo e, con l’occhio fisso alla cupola, pregava. La cupola di San Pietro era, ormai, per lui, l’immagine più perfetta della meta, a cui con tutte le forze ambiva: l’immagine di quel Paradiso, che, nonostante il lungo passato nero di peccati orribili e di follie, sperava, grazie alla misericordia divina, di non demeritare. A quel passato non ci pensava più, non ci voleva pensare: era come se non fosse mai esistito. Da più di dieci anni, ormai, lo aveva sepolto, quel passato. Il confessore stesso gli aveva detto di fare così: era meglio. Sì, doveva sentirsi umile, umilissimo all’idea delle proprie colpe. Ma se, per sentirsi umile, fosse stato assolutamente necessario ricordarsele, ebbene, era meglio che non si sentisse neanche tanto umile, ecco.

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