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Diario intimo

titolo Diario intimo
sottotitolo Inedito
autore
curatori ,
Argomento Letteratura (narrativa, poesia, saggistica...) Testi vari di letteratura
Collana Passio, 36
marchio Interlinea
Editore Interlinea
Formato Libro
Pagine 80
Pubblicazione 2006
ISBN 9788882125752
 
12,00
Un diario inedito ritrovato ricostruisce la tormentata vicenda umana e spirituale di un grande poeta del Novecento, Clemente Rebora. Le pagine sono state scritte dopo la cosiddetta conversione religiosa che lo portò a entrare nell'ordine dei padri rosminiani. L'autore ripercorre la sua giovinezza, gli incontri più importanti, le passioni amorose e spirituali, con un tormento interiore e una volontà di ripartire da zero: "la Parola zittì chiacchiere mie".
 

Biografia dell'autore

Clemente Rebora

Clemente Rebora nasce a Milano il 6 gennaio 1885. Frequenta, ivi, tutte le scuole: dalle elementari al ginnasio-liceo (Parini), all’università (Accademia Scientifico-Letteraria) dove si laurea in Lettere. Dal 1910 al 1915 insegna a Milano, Treviglio e Novara. Ufficiale nella Grande Guerra 1915. Insegna a Como e a Milano. Quivi, anche all’Accademia Libera “Cento”. Nel 1929 viene alla Fede. Nel 1931 è novizio dell’Istituto della Carità (Padri Rosminiani) al Monte Calvario di Domodossola. 13 maggio 1933: ivi, emette la sua professione religiosa. 1936 (20 settembre): ordinato sacerdote a Domodossola. Vive a Stresa, nel Collegio Rosmini». Così l’asciutta Nota biografica dettata dal poeta per la prima edizione nel dicembre 1955 del Curriculum vitae (che riceve il premio “Cittadella”). Aggiungiamo che dall’ottobre di quello stesso anno è infermo a letto, ma un’emorragia cerebrale lo aveva colto già tre anni prima. Dopo una passio fisica e spirituale durata venticinque mesi muore il 1° novembre 1957. Scrive il giorno dopo Eugenio Montale per il “Corriere della sera”: «È un conforto pensare che il calvario dei suoi ultimi anni – la sua distruzione fisica – sia stato per lui, probabilmente, la parte più inebriante del suo curriculum vitae».

Per il resto, occorre almeno segnalare la giovinezza intellettualmente intensa, in amicizia con Antonio Banfi, Angelo Monteverdi, Michele Cascella, Sibilla Aleramo (legandosi affettivamente alla pianista russa Lidia Natus, grazie alla quale potrà tradurre opere di Andreef, Tolstòj e Gogol’), la collaborazione a riviste letterarie e in particolare alla “Voce” di Prezzolini, che nel giugno del 1913 gli pubblica i Frammenti lirici, mentre per le edizioni del “Convegno” escono nel 1922 i Canti anonimi, sette anni dopo un trauma provocato dall’esplosione di un obice mentre combatteva la Grande Guerra sul Podgora: gliene verrà un grave esaurimento nervoso diagnosticatogli emblematicamente come «mania dell’eterno». Finita la guerra, crescono i suoi interessi religiosi, che si innestano in una profonda fede mazziniana; e avverte l’urgenza di un impegno sociale, anche nell’insegnamento. Tiene corsi e conferenze. Nel 1928 al Lyceum di Milano, nell’ambito di una serie di incontri sulla storia delle religioni, inizia a parlare degli Atti dei Martiri Scillitani, ma s’interrompe: «Esitò, si sforzò. La vista gli si annebbiava. Qualche cosa gli stringeva la gola. Si prese la testa fra le mani. Si sentì smarrito. Non fu capace di proseguire» (così Margherita Marchione). La conversione è matura. Il 24 novembre 1929 Rebora riceve la prima Comunione dal cardinal Schuster. Passa poi al Collegio Rosmini di Stresa, sotto la guida spirituale di padre Giuseppe Bozzetti. Prende i voti religiosi nel 1936. Nel 1947 il fratello Piero cura un’edizione delle Poesie per Vallecchi e, dopo il Curriculum, nel 1956 il giovane editore Vanni Scheiwiller fa uscire all’Insegna del Pesce d’Oro i Canti dell’infermità,accresciuti l’anno dopo; nel 1961 dà invece alle stampe una più completa edizione delle Poesie, poi replicata nel 1982.

Una recente edizione di tutte le poesie, negli “Elefanti” Garzanti, è del 1994 – poi più volte ristampata – a cura di Gianni Mussini e dello stesso Vanni Scheiwiller; ma ora quei testi sono leggibili anche nel “Meridiano” di Poesie, prose e traduzioni, a cura di Adele Dei e con la collaborazione di Paolo Maccari, pubblicato da Mondadori nel 2015 con un’informatissima Cronologia.

Un brano del libro

CLEMENS
Se ben ricordo, da ragazzo non portavo volentieri il mio nome, Clemente: mi sapeva forse di quella pietà controproducente, come si dice oggi, per l’ambiente in cui crescevo; la mia famiglia, cosě brava, si era però sganciata – al tempo di Garibaldi – dalla sua tradizione cattolica, pur camminando ancora nella sua scia morale, con grande rettitudine, e austerità, ma senza più nulla di soprannaturale. Io ero quindi all’oscuro di ogni nozione e alimento della Fede (ma il Santo Battesimo, che io avevo ricevuto due giorni dopo la nascita, operava occulto: da fanciullo avevo scritto una poesia con il seguente ritornello: «Sola, raminga e povera un’anima vagava…»; e più tardi mi dicevo che avevo sbagliato pianeta; e mi pareva di dover farmi perdonare di esser anch’io al mondo; e infine, l’incomprensibile travaglio fra due leggi, nel terribile isolamento, fin che verso i ventotto anni prevalse il male!); le aule scolastiche non avevano nessun richiamo a Dio, all’aperuisti credentibus Regna coelorum; e io ero dispensato dal ricevere l’insegnamento religioso. Ora avvenne che un giorno a scuola, durante una lezione di latino sentendo spiegare gli aggettivi a una terminazione, come prudens, sapiens, la mia mente corse al mio nome clemens: qualcosa avvenne dentro di me: non so come e quando, mi balenò il mistero trinitario: Ens, Mens, Clemens: Padre e Figlio e Spirito Santo. Fui felice, ma non che me ne rendessi conto; composi anche il mio motto traducendo liberamente Clemente Rebora in Clementia et Robur. Ma ohimè! A 45 anni, quando Gesù mi fece eucaristicamente suo, conobbi anche il mio Patrono, San Clemente Papa e Martire: oh mi facesse clemente, così! Fin che l’Anno Santo (se non sbaglio) il giorno del Nome SS. di Maria, davanti all’altare dell’Addolorata, la Mamma di misericordia, a nominarmi di Lei in un lavacro incessante del Sangue di Gesù.

    

Come pesce già boccheggiante sulla riva, rimesso in acqua, beccheggia e rulla su se stesso in un confuso e lento riaversi; poi, a un tratto, via guizza felice nel suo elemento

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